Vent’anni senza Montanelli

Il 22 luglio 2001, vent’anni fa, scomparve a Milano il giornalista Indro Montanelli, ma il giorno dopo i suoi lettori lo avrebbero incontrato per un’ultima volta sulle colonne del Corriere della Sera nel suo auto-necrologio. Era l’ultimo tratto di originalità del “principe” dei giornalisti italiani. Anticonformista, controcorrente, controverso, sin da quando tra gli anni Trenta e Cinquanta girava l’Europa e il mondo, Montanelli si riteneva semplicemente un testimone e non un protagonista della Storia. Questo, d’altra parte, non gli impedì di stare a tavola con la Storia: dall’inizio dei totalitarismi europei alle porte dell’undici settembre, Montanelli c’è sempre stato. «Ho partecipato a tutte le ubriacature italiane, e non me ne pento, l’importante non è la bandiera che si sceglie, ma ciò che noi ci mettiamo dentro. Si può partecipare da galantuomini alle avventure più disparate e questo a me è successo continuamente». Lucido e dinamico, spronava in particolar modo le giovani generazioni a seguire i propri sogni e le proprie vocazioni.

«Battetevi sempre per le cose in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Una sola potete vincerne: quella che si ingaggia ogni mattina, quando ci si fa la barba, davanti allo specchio. Se vi ci potete guardare senza arrossire, contentatevi.» Montanelli faceva fatica ad accontentarsi: segui questa rivoluzione, scrivi di quel colpo di Stato, partecipa a quell’elezione, visita il teatro del conflitto. A Giancarlo Mazzuca (La mia Voce) confidò che l’unico fido bancario per creare il Giornale costato cento milioni fu da Roberto Calvi per la ragione che i due si erano conosciuti sulla fronte della campagna di Russia negli anni Quaranta. Questo ed altri episodi gli procurarono non poche critiche; «la Milano chic mi detesta e io detesto la Milano chic perché mi fa schifo e mi fa ridere», spiegò. «Montanelli disprezzava la borghesia che difendeva, e ammirava i comunisti che attaccava», raccontò Enzo Bettiza – altro grande del giornalismo italiano e sodale di Montanelli – nella sua ultima intervista ad Aldo Cazzullo.

«Il mio più grosso alleato è il caso, al quale io devo tutto»: non è così. Montanelli ha voluto seguire attivamente la Storia che raccontava, fino a confinarla – con l’aiuto del fido Mario Cervi – in una lunga e fortunata serie di volumi sulla “Storia d’Italia”, che formò generazioni di italiani. Montanelli editorialista, reporter, scrittore, storico, commentatore, ma mai santone, guro o intellettuale – titoli che non avrebbe apprezzato. La sua attitudine “controcorrente” – si ricordi l’omonima graffiante rubrichina omonima che teneva settimanalmente sul Giornale – lo fece destinatario di parecchie critiche nell’Italia degli anni Settanta. L’adesione in gioventù al Fascismo – che lo cacciò dal Partito per avere riportato notizie sgradite al regime nell’ambito della guerra di Spagna – fu un elemento che lo perseguitò tutta la vita. Per questo ed altro, Montanelli fu dunque bersaglio di polemiche e calunnie – e anche di colpi di pistola, quando nel 1977 venne gambizzato dalle Brigate Rosse.

Il suo megafono, uno foglio che non voleva e non poteva essere strumento di alcun partito politico (Montanelli ruppe con l’editore Silvio Berlusconi nel 1994 per questo motivo), l’aveva fondato a seguito della sua uscita dal Corriere della Sera di Piero Ottone. Sopravvissuto alla purga del 1945, in seguito alla commissione di epurazione post-fascista del quotidiano di Via Solferino, venne cacciato dal giornale dove aveva lavorato per quasi quarant’anni. Nessuno voleva sostenerlo nella nuova impresa di un quotidiano liberal-conservatore, messo su con diversi fuoriusciti dei maggiori quotidiani italiani preoccupati dall’ascesa del Partito Comunista Italiano. «Turiamoci il naso e votiamo DC», avrebbe detto Montanelli in vista delle elezioni del 1976.

Come ricorda Tiziana Abate in Montanelli e il suo Giornale, Montanelli ha sempre sostenuto che gli italiani avessero un debole per il manganello, per l’uomo forte; il tutto corroborato da uno scarso senso dello Stato. Era tra i pochi in Italia a ricordarlo: l’assenza del senso di unità nazionale – e qui emergeva l’anima conservatrice montanelliana, a fianco a quella più liberale in materia economica – fu una delle critiche più ricorrenti nei confronti del suo paese e dei connazionali. Ma la critica di Montanelli era una critica affettuosa: non era volta alla ricerca del consenso – non scese mai in politica, e neppure accettò il seggio di Senatore a vita offerto da Francesco Cossiga. A differenza del suo maestro Giuseppe Prezzolini, non era radicalmente pessimista: da testimone e protagonista del Novecento, aveva visto troppo, aveva vissuto “troppa Storia” per non credere che in fin dei conti, questa è progressiva. Anche in Italia.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Corriere del Ticino)

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