Jean-François Revel e le provocazioni di un liberalconservatore

Ne Il richiamo della tribù, Mario Vargas Llosa definisce Jean-François Revel – scomparso il 30 aprile del 2006, quindici anni fa – un Albert Camus o un George Orwell dei nostri tempi; uno scrittore-filosofo che sferrò dure critiche alla sinistra dove militò in gioventù. Revel è stato un intellettuale protagonista della vita pubblica francese della seconda metà del secolo scorso. Come Raymond Aron, suo amico e maestro, decise di diventare il paladino del liberal-conservatorismo in Francia; una rarità nella terra di Montesquieu e Alexis de Tocqueville, dove negli anni Cinquanta la quasi totalità dell’organico intellettuale – capitanato da Jean-Paul Sartre – si era sposato massivamente e acriticamente verso il Marxismo. Come prevedibile, Revel non solo venne accusato di essere un traditore ma pure un reazionario. In risposta a questa e ad altre accuse, nel 1976 rispose ai suoi colleghi progressisti con il saggio La tentation totalitaire, dove spiegò che l’ostacolo per il trionfo del Socialismo nel mondo non era tanto il capitalismo, bensì il Comunismo. Una provocazione insopportabile nel circolo sartiano, ma d’altra parte, Revel era un provocatore scomodo, appassionato e vivace.

La sua opera più famosa, Né Cristo né Marx, del 1971, fondò una sorta di terzo spazio liberal-libertario: non tra Conservatorismo e Socialismo, ma tra religione e politica, tra – appunto – Gesù Cristo e Karl Marx. Un liberalismo acuto e intelligente, che non aveva rappresentazione politica in Francia. Tra gli avversari prediletti di Revel, c’era anzitutto l’Unione Sovietica. «Le speranze in un Socialismo dal volto umano, l’attesa di una liberalizzazione spontanea del regime vengono periodicamente e sistematicamente deluse», scrisse. «D’altro canto, il persistete insuccesso economico [dell’URSS] rende sempre meno scusabile il totalitarismo.» Come Friedrich von Hayek, Revel accomunava destra e sinistra all’interno del discorso totalitario: gli eccessi di entrambi portano alla repressione delle minoranze, all’intolleranza, alla confisca della libertà individuale. Per motivi anche biografici, Revel si concentrò molto su Francia e Italia; non a caso, i paesi con i più grandi partiti comunisti d’Europa. Il filosofo smontò il mito del “Comunismo buono” italiano – era molto legato all’Italia e collaborava con il Giornale di Indro Montanelli –, mentre quello francese, molto più filosovietico e radicale di quello del Belpaese, lo definì provocatoriamente conservatore.

Antirivoluzionario – in questo senso, una figura tra l’austero Edmund Burke e l’illuminista Tocqueville – spiegò che negli anni Settanta «come in Francia, anche in Italia i rivoluzionari sono abbastanza numerosi da bloccare il riformismo ma non abbastanza numerosi da fare la rivoluzione» (discorso che vale ancora oggi, cinquant’anni dopo). «La rivoluzione consiste nel trasformare la realtà.» E non è un caso che tutti i totalitarismi o quasi arrivino al potere per via rivoluzionaria; e che tutti i totalitarismi alterino la realtà – un concetto, ancora, di tradizione hayekiana e orwelliana. Ai movimenti totalitari Revel dedicò molta della sua prosa negli interventi su Le Point. Partiva dai paradossi e dalle controversie delle rivoluzioni antiliberali e anticonservatrici per evidenziare i ristagni politici del presente. In questo senso, Revel disquisì polemicamente sul Terzo Mondo, afflitto per decenni dal mix letale di «passatismo e il Socialismo. [Che] Messi insieme hanno come duplice effetto il ristagno economico e la giustificazione della dittatura politica.»

Molti paesi del Terzo Mondo – il termine indicava anzitutto i paesi non allineati con gli Stati Uniti e con l’Unione Sovietica – nell’analisi di Revel sono «privi di una tradizione democratica, […] governati autoritariamente e questo è il primo anello della inevitabile catena di incompetenza-dittatura-corruzione». Assieme ad una letale dose di Socialismo – l’ideologia che più ha permeato e permea le realtà già difficili e complesse di molti paesi africani, condannandoli alla miseria ciclica e strutturale – «il nazionalismo li priva di ogni parvenza di spirito critico e li induce ad attribuire il loro ritardo a oscuri complotti». Infatti, come Revel ha provocatoriamente spiegato ne L’ossessione antiamericana, «i falsi nemici del Terzo Mondo non vogliono affatto che i poveri mangino a sazietà. Vogliono solamente imputare al capitalismo una miseria che, in Africa soprattutto, è figlia del Socialismo.»

Gli eventi dell’11 settembre 2001 avevano riportato Revel ai vertici delle polemiche in Francia. «È un paradosso» scrisse (ibid.): «gli Stati Uniti sono più detestati e disapprovati, anche dagli alleati, dalla fine della Guerra Fredda più di quanto non lo fossero durante quest’ultima dai partigiani, confessi o no, del Comunismo.» Revel difendeva il momento unipolare degli Stati Uniti dopo la Guerra Fredda. E a più riprese incrociò il fioretto con i critici dell’America e della liberaldemocrazia. «Né l’imperialismo francese né l’imperialismo britannico furono mai contestati all’interno, durante la rispettiva età dell’oro, come lo è oggi l’imperialismo americano», scrisse già in piena contesa ideologica tra Est ed Ovest (Né Cristo né Marx), quando filosofi, attori, cantanti, giornalisti e letterati di tutto l’Occidente – in Francia, tra le eccezioni, c’erano proprio Aron e Revel – si schierarono in maggioranza con l’URSS in funzione antiamericana. Revel identificava nell’America un modello esemplare a livello sociale, culturale ed economico. L’istinto antiamericano di molti si riversava automaticamente nell’antiglobalismo e anti-mondializzazione che ha caratterizzato i primi anni Duemila. E che Revel condannava fermamente.

«Dietro la lotta contro la mondializzazione – cioè contro la libertà di circolazione di merci e persone, alla quale è ben difficile essere ostili per principio – se ne nasconde una più basilare e antica contro il liberismo, dunque contro gli Stati Uniti, suo principale rappresentante e più potente veicolo planetario.» Sempre ne L’ossessione antiamericana Revel ha ricordato quanto la mondializzazione sia stata positiva per milioni di persone, «ma è inutile accumulare prove e cifre che lo dimostrino, poiché la buona fede nulla può contro quella cattiva. Ogni esposizione che tenda a mettere in luce di progressi economici derivati dal capitalismo e dal libero scambio o a stabilire le responsabilità […] nelle regressioni e nelle carestie solleva un tornado di indignazione virtuosa.» Per Revel, la difesa della globalizzazione era un modo per difendere l’America e viceversa. Un modo per difendere il liberal conservatorismo. Una posizione coraggiosa negli anni Settanta quanto negli anni Duemila, quando l’America attirava a sé le critiche da parte dell’establishment culturale di mezzo mondo.

«Che strano, è sempre in Europa che sorgono le dittature e i regimi totalitari, ma è sempre l’America a essere fascista» (ibid.), si chiedeva polemicamente il filosofo. Da identificatore di una terza via oltre Cristo e Marx, Revel conosceva bene la stoltezza di una tifoseria politica estrema sia in un campo che nell’altro. Da perspicace anti-totalitarista sapeva i limiti di un Americanismo sfegatato. «Sarebbe inutile tentar di correggere l’Antiamericanismo opponendogli un filoamericanismo altrettanto primitivo […] Non si tratta di approvare o di disapprovare la società americana, bensì di riconoscere le forze antagonistiche che la stanno agitando. Approvare o disapprovare in blocco tutto un paese è un ragionamento primordiale, non ha senso» (Né Cristo né Marx). Questo conferma la tipica attitudine del liberal conservatore – come Revel – che al primo posto mette l’individuo, non il gruppo, la nazione, l’ideologia, lo Stato, il partito.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Corriere dell’Italianità)

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