USA-URSS-EU: Thatcher e gli incontri di politica estera

Ronald Reagan si era insediato da poco più di un mese alla Casa Bianca. Stupore mondiale. L’ex attore di Hollywood che apriva il decennio che avrebbe concluso l’era del mondo a blocchi, fu accolto con diffidenza dai leader mondiali del tempo. Non da Margaret Thatcher, Primo Ministro britannico, a Downing Street da un paio di anni, che il 25 febbraio 1981 fu il primo capo di governo europeo a far visita il nuovo presidente statunitense. In realtà i due si erano già conosciuti ai tempi dell’elezione dell’Iron Lady alla testa dei Tories. Il 9 aprile 1975, Thatcher era all’opposizione del governo laburista e Reagan aveva concluso la sua esperienza di Governatore della California. Sette giorni dopo la sua elezione a leader dei conservatori inglesi, Henry Kissinger fu il primo a visitarla a Londra, ma non credeva in una lunga carriera per la Signora.

Il secondo incontro tra Thatcher e Reagan fu nel novembre 1978 a Londra. Da lì iniziò un sodalizio che sin da subito andò oltre i convenzionali discorsi della politica, delle relazioni commerciali e transatlantiche. I rapporti Reagan-Thatcher vantano una letteratura immensa: certamente la coppia influenzò il corso politico, monetario e cultuale di tutti gli anni Ottanta. L’eredità controversa di quel sodalizio nell’impostare nuovi paradigmi su diversi assi globali influenzò anche i governi di centrosinistra che sarebbero arrivati dopo di loro e che adottarono simili pratiche di deregulation dell’economia e apertura dei mercati. La visita di Thatcher alla Casa Bianca del 1981 era anche l’intenzione di rinsaldare una connessione che durava dalla Seconda Guerra Mondiale, quando Franklin Delano Roosevelt instaurò la cosiddetta special relation con Winston Churchill.

Le relazioni amichevoli tra il Gipper e la Lady non sono sempre state idilliache. Thatcher non considerò mai il presidente americano alla sua altezza intellettuale. I due si scontrarono in occasione della guerra delle Falkland (Thatcher si lamentò di non aver avuto il supporto di Reagan) e quella di Grenada (la signora non era stata informata delle operazioni americane sull’isola, parte del Commonwealth). D’altronde, Thatcher era solita scontrarsi con i leader mondiali. Jimmy Carter non ne aveva una buona opinione: fu Zbigniew Brzezinski a convincerlo a incontrarla nel maggio 1977. Forse diventerà Primo Ministro, disse il Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Carter non era entusiasta, ma accettò. E la Signora, che nel 1979 muoveva i primi passi negli affari internazionali, decise di appoggiarlo nella sua decisione di boicottare le Olimpiadi di Mosca del 1980, in risposta all’invasione dell’Armata Rossa in Afghanistan.

Un decennio prima, Thatcher aveva compiuto il suo primo viaggio in Unione Sovietica. In seguito, aveva partecipato ai funerali di Yuri Andropov. Scarso il rapporto con Konstantin Černenko, mentre fu subito intesa con Mikhail Gorbaciov, arrivato al vertice del PCUS nel 1985. Thatcher disse di lui che era un uomo con cui si potevano fare affari. “Gorbi” era diverso dalle mummie del comitato centrale. Tuttavia, il suo arrivo al vertice del Secondo Mondo inclinò l’asse Reagan-Thatcher. Il Presidente americano aveva trovato un pari con cui trattare e sapeva di poter godere dell’implicito appoggio del junior partner britannico. Thatcher si sentì messa da parte: capo di un paese sull’Atlantico, a cavallo tra due mondi. «Dì al tuo amico, il Presidente Reagan, di non portare avanti il suo programma di armi dello spazio», le confidò Gorbaciov in un incontro. Era un segnale al Grande Comunicatore: Gorbaciov voleva trattare con l’America.

È dall’Unione Sovietica che veniva il nickname “Iron Lady”, comparso sulla Pravda in un articolo tra il timore e l’elogio, mentre nella democratica Gran Bretagna la Signora veniva definita da alcuni tabloid “pasionaria del privilegio” o “That Bloody Woman”. In effetti, la durezza e la risolutezza con cui Thatcher condusse la politica interna, fu impiegata anche all’estero. All’economia e all’opinione pubblica del suo paese somministrò bastone e carota. La Comunità Europea guardava di sbieco l’ex grande malato d’Europa – perché questa era la Gran Bretagna sotto il governo del conservatore Edward Heath, così come quello laburista di Wilson prima e James Callaghan dopo – e restava in attesa dei frutti delle politiche thatcheriane, specialmente in relazione a quella CE che negli anni Ottanta vide un’accelerazione nel suo assemblamento.

Cosa che non piacque a Thatcher, ansiosa di rompere l’asse europeista franco-tedesco tra Valéry Giscard d’Estaing e Helmut Schmidt. Stima per il Primo Ministro neogollista Jacques Chirac, meno tese di quanto si potrebbe immaginare le relazioni con François Mitterrand, che scalzò Giscard nelle elezioni francesi del 1981, nonostante Thatcher stessa avesse scommesso cinque sterline in favore del presidente uscente. Il leader socialista era galante con Lady Thatcher. I due s’impegnarono per un azzeramento dei rapporti Gran-Bretagna-Francia: d’altronde, n’era passato di tempo dai veti di Charles De Gaulle alla Gran Bretagna per l’accesso nella CE. Di Thatcher, Mitterrand disse che aveva «gli occhi di Caligola e bocca di Marylin Monroe». Quando alle relazioni con l’Italia, Thatcher stimava solo Filippo Pandolfi e Francesco Cossiga. Non si fidava e non apprezzava Giulio Andreotti e neppure Aldo Moro.

Thatcher si era si era insediata a Downing Street qualche mese dopo l’elezione di Papa Giovanni Paolo II; buono il rapporto con lo Scià Reza Pahlavi, che sosteneva gli americani nel loro tentativo di armare i mujahiddin islamici in Afghanistan in funzione antisovietica. Quando andò in Cecoslovacchia inoltre, Thatcher si scusò per le azioni del suo predecessore Tory, Neville Chamberlain, per la debolezza mostrata agli accordi di Monaco nel 1938 e politica dell’appeasement del governo pre-Churchill. Nel 1982 Deng Xiaoping le disse che ci avrebbe messo un pomeriggio per riprendersi Hong Kong con la forza: Thatcher lo sapeva bene e rispose che v’era dubbio in merito, ma che il mondo avrebbe visto il vero volto della Cina. Deng aveva già preparato le truppe (le usò poi in Piazza Tienanmen), ma poi firmò per la ritirata di Londra da Hong Kong.

Elisabetta Rosaspina (Margaret Thatcher. Biografia della donna e della politica) ha scritto che Thatcher era un’euroscettica in grado di superare dubbi e resistenze se questo significava benessere per il suo paese, nonché la compattezza del fronte occidentale vis-à-vis l’URSS. Le valutazioni di Thatcher sull’Europa sono cambiate nel tempo, ma quando la CE si profilava con prepotenza negli affari domestici del governo di Londra, iniziò ad attaccarla. Della CE voleva solo i vantaggi: difatti, l’ex grande malato d’Europa è rimasto fino alla Brexit il grande esonerato d’Europa da diverse scelte comunitarie. Thatcher era molto riluttante nei confronti della CE, ma sapeva che la partecipazione era inevitabile. La Signora «rifletteva, ma anche esacerbò notevolmente, l’istintivo sospetto britannico del continente», scrisse John Campbell (The Iron Lady).

L’Europa «fu anche il più grande fallimento della sua premiership. Ed è stato un fallimento direttamente attribuibile alla sua personalità conflittuale, xenofoba e di mentalità ristretta». L’influenza britannica in Europa e nel mondo non ha fatto che calare, indipendentemente da Thatcher. Un sentimento antieuropeo è anche frutto dei sistematici attacchi domestici e internazionali di Thatcher contro le istituzioni europee. Legandosi a doppio filo con l’America di Reagan, Thatcher pensò di poter negligere l’Europa, ma alla fine finì con l’abbassare la possibilità di cambiarla da di dentro. «Insistiamo perché le istituzioni della Comunità Europea siano gestite in modo da accrescere la libertà dell’individuo in tutto il continente», disse una volta. «Non si deve permettere che queste istituzioni si irrigidiscano nella burocrazia.»

Sin dagli anni Sessanta, mentre studiava anche di notte per capire i rapporti internazionali e il gioco dei pesi e contrappesi del potere globale, Thatcher iniziò a osservare i processi di integrazione europea con interesse. Scrive Rosaspina, «quanto all’ingresso nel Mercato comune d’Europa, aveva idee chiare. Era assolutamente favorevole. Non per simpatie europeiste, ma per mera questione di calcolo: aprirsi a nuovi territori commerciali non rappresentava […] una riduzione della sovranità nazionale e avrebbe comportato […] interessanti prospettive d’affari.» D’altronde, la politica estera la vedeva così, come un grande affare; una mentalità tipica dei policy makers atlantici dei “meravigliosi” anni Ottanta.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

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