Détente e double standard: Cina e realismo nella politica estera di Richard Nixon

Richard Nixon era molto più appassionato di politica estera che di politica interna. Sul fronte domestico, la riforma del welfare e il consolidamento della burocrazia, nonché quella delle tasse e delle assicurazioni sanitarie, le ereditò Jimmy Carter. D’altra parte, il “Family Assistance Plan” è stata una delle politiche più liberal del presidente, approvata anche da Milton Friedman. La presidenza Nixon vide inoltre importanti passi avanti nel campo dell’equità uomo-donna (“Equal Right Amendment”), nonché nei confronti dei diritti dei nativi americani. La prima amministrazione Nixon fu colta da una sfilza di temi scottanti: dalle proteste a Berkeley all’instabilità economica, dall’inquinamento dell’aria alla povertà generalizzata in diversi stati del Sud, dalla vivacità del movimento dei diritti civili fino alle fluttuazioni del prezzo del petrolio.

In particolare, quando entrò alla Casa Bianca, Nixon si trovò ad affrontare tre questioni spinose: un’America divisa tra le proteste contro la guerra del Vietnam, l’assassinio di Martin Luther King, le pessime relazioni con l’Unione Sovietica. I suoi successi sono principalmente in materia di politica estera: l’apertura alla Cina, l’uscita dal Vietnam (che fu un fallimento per l’America dal momento che tutta la regione circostanze cadde sotto governi di sinistra), gli accordi per il controllo delle armi in URSS. Nixon aprì a cinesi e russi contemporaneamente, sebbene i due giganti asiatici fossero d’impiccio nel pantano americano in Vietnam; specialmente quando Nixon decise l’invasione della Cambogia, sui cui piovvero più bombe che sul Giappone nella Seconda Guerra Mondiale.

In particolare, la grande avventura nixoniana è stata la relazione con la Cina. Sotto il leader del GOP, i rapporti Washington-Pechino hanno trovato un nuovo corso. Il presidente repubblicano arrivò in Cina nel febbraio del 1972. Lì fece personalmente i complimenti a Mao Zedong per la modernizzazione della società cinese, ma il dittatore spiegò di non essere per nulla soddisfatto dei risultati delle sue politiche interne. Mao riconobbe di essere stato in grado di cambiare soltanto alcune piccole realtà nelle periferie di Pechino; forse scordava i milioni di morti che altre sue imprese criminali avevano causato. Per quanto paradossale possa sembrare, la Cina indipendente aveva più interessi ad aprire i canali con Washington, che riaprirli con Mosca. Le rivalità con l’URSS risalivano a Stalin e Nikita Krusciov; Leonid Bréžnev aveva congelato le relazioni. Abbracciare il nemico del proprio nemico era una considerazione che Mao aveva fatto in funzione antisovietica.

D’altronde, anche Nixon aprì a Pechino in funzione anti-Mosca: era il realismo del tempo, stimolato da Henry Kissinger, all’epoca Consigliere alla Sicurezza Nazionale. Su Foreign Affairs, nell’ottobre 1967, Nixon aveva scritto: «Non possiamo permetterci di lasciare la Cina per sempre fuori dalla famiglia delle nazioni, lasciandola a nutrire le sue fantasie, coltivare il suo odio e minacciare i suoi vicini. Non c’è posto su questo piccolo pianeta per un miliardo di persone potenzialmente capaci di vivere in un iroso isolamento.» Aprendo alla Cina, Nixon contravvenne a quel double standard – strategia che poi avrebbe famosamente teorizzato Jeane Kirkpatrick – per cui in ottica americana le dittature di destra erano diverse da quelle di sinistra. Per questioni geopolitiche, le prime potevano essere tollerate in ottica americana; si veda il caso di Augusto Pinochet, sponsorizzato proprio da Nixon – che negli anni Cinquanta era stato vicino al Maccartismo – e dalla CIA.

La lungimiranza per cui non era desiderabile tenere la Cina isolata dal mondo emerse anche nelle interviste di Nixon con David Frost (Frost/Nixon – Il duello). Il primo incontro tra i due avvenne a suon di duecentomila dollari all’ex presidente, il 23 marzo 1977. Nixon spiegò che la dittatura di destra era accettabile se non minacciasse Washington «in termini di sicurezza nazionale, in termini di nostro interesse personale, se non esporta la sua rivoluzione, se non interferisce con i suoi vicini, se non intraprende azioni dirette contro gli Stati Uniti, se quindi non ci preoccupa […] riguardo i diritti umani. La dittatura di sinistra, d’altra parte, s’impegna nel tentativo di esportare la sua sovversione in altri paesi. E ciò coinvolge i nostri interessi di sicurezza.»

Tirare verso di sé la Cina era però evidenziare ancora di più lo scisma comunista tra Pechino e Mosca. Sia con la Cina che con l’URSS, Nixon cercò di avere relazioni al di là della photo-opportunity. Frost, di certo non nixoniano, ricorda che il tandem Nixon-Kissinger «ha formato una delle squadre di politica estera più intriganti nella Storia della presidenza degli Stati Uniti. Dal Vietnam all’Unione Sovietica, dalla Cina al Medio Oriente, dal Cile e in Bangladesh, ha giocato una partita continuamente ad alto rischio». Nixon e Kissinger erano il massimo esempio di realismo machiavellico. Il presidente si sarebbe poi ritenuto un esperto del campo, tanto da scrivere volumi di politica internazionale, anche contro la mancanza di realismo del suo successore Ronald Reagan nell’approccio con i sovietici.

Quello che passò alla Storia come il détente, cioè la distensione, l’avvio di relazioni meno tese con la Cina in politica estera, fu il faro della politica nixoniana. Sempre a Frost, Nixon rivelò che per lui détente «significa parlare piuttosto che litigare. Significa comunicazione. Significa essere d’accordo in quelle aree in cui gli interessi sono gli stessi e in disaccordo in aree in cui gli interessi sono diversi». In questo senso, la limitazione delle armi nucleari era parte integrante del détente. Il quale, «non dovrebbe essere considerato come una pace nel nostro tempo o come un tempo pacifico a venire. La distensione è semplicemente un processo in base al quale nazioni con grandi differenze decidono di discutere le proprie differenze piuttosto che confrontarsi costantemente con la possibilità di una esplosione di guerra».

Il 7 novembre 1972 Nixon venne rieletto alla Casa Bianca, con quasi il sessantun per cento del voto popolare, lasciando ai democratici solo il Massachusetts e Washington DC. Riconfermato a 1600 Pennsylvania Avenue, schernì l’avversario democratico George McGovern, ringraziando per la vittoria e definendolo un “prick”, un cazzaro. L’arroganza e la smania di potere che Nixon talvolta dimostrava con questo e altri episodi avrebbero poi presentato il conto. Dopo le dimissioni per lo scandalo Watergate, il Presidente tornò ancora in Cina. Era il 21 febbraio 1976, quando stette per un’ora e quaranta minuti a chiacchierare con un Mao molto anziano, che accolse il rivale in disgrazia. Fu la prima soddisfazione internazionale di Nixon dopo la caduta; l’amministrazione di Gerald Ford era contraria alla visita dell’ex presidente. Non essendo all’epoca un concorrente diretto di Washington, a differenza di Mosca, gli Stati Uniti potevano permettersi di intavolare un dialogo più soft con Pechino dal momento che Nixon non era più alla Casa Bianca.

Il double standard è tipico del realismo – e dell’opportunismo – in politica estera. Quanto al détente, questi fu innovativo per l’epoca e certamente positivo – nel lungo termine, le guerre ad oltranza non fanno bene a nessuno. La politica della distensione, l’apertura strategica nei confronti della Cina (in funzione anti-URSS), hanno rivelato la lungimiranza geopolitica di Nixon. Il presidente che sul fronte della politica interna si trovò ad affrontare importanti disagi sociali, in politica estera si mosse in maniera scaltra e senza scrupoli, tra finanziamenti a gruppi anticomunisti e il sostegno esplicito a regimi dittatoriali. Sebbene avesse una reputazione di essere antisemita, nell’ottobre 1973 contribuì alla salvezza di Israele da una possibile distruzione durante la guerra dello Yom Kippur (in un ambiente intollerate, volgare e antisemita era d’altra parte cresciuto, come ha spiegato Craig Shirley in Last Act).

Il 1973 è anche l’anno del viaggio in Romania. Come ha ricordato Demetrio Volcic (Est), Nixon aveva visitato una sessantina di paesi, ma mai in nessuno era stato accolto come a Bucarest, dove il tiranno Nicolae Ceaușescu fece il colpo grosso quando si fece ritrarre sorridente con il leader del mondo libero. Un segnale antisovietico sia da parte di Ceaușescu che di Nixon. L’ex vicepresidente di Dwight Eisenhower era appassionato di politica estera. La sua complicata riabilitazione storica deve passare anche per la disciplina degli affari internazionali. Le sue intuizioni in materia di Relazioni Internazionali vennero riconosciute financo da Bill Clinton, che lo consultò più volte. Il presidente democratico che volle con insistenza la Cina all’interno del WTO, chiedeva consiglio all’ex presidente repubblicano della generazione precedente, che da realista la Cina la conosceva bene.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su pensalibero.it)

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