Storia, miti e scomode riflessioni sul neoliberismo

Più che il titolo di un libro, quello della notevole opera di Alberto Mingardi, La verità, vi prego, sul neoliberismo (Marsilio 2019), è una supplica: il tentativo di fare luce e chiarezza sul capro espiatorio che, da destra e sinistra viene vilipeso da quattro decenni. Il direttore dell’Istituito Bruno Leoni racconta la storia del neoliberismo («il poco che c’è, il tanto che manca») e ne smonta i dogmi e gli stereotipi; Mingardi illustra riflessioni su un fenomeno complesso che pochi intendono analizzare seriamente. Fa sorridere che la dottrina neoliberista venga considerata addirittura come una forma di Fascismo dai suoi detrattori; una forza malvagia che concentra la ricchezza “nelle mani di pochi”, dunque esposta a critiche ubique e trasversali, in un’epoca dove la paura del futuro alimenta la necessità psicologica di protezione rispetto al brutto e cattivo libero mercato.

«Proprio perché si è molto sensibili a tutto quel che non funziona, abbiamo bisogno di individuare i responsabili», spiega Mingardi. Trovare responsabili vuol dire non essere responsabili e consente a chi si lamenta di trovare la vittima sacrificale che attrae su di esso tutte le colpe del sistema. Liberalizzazioni, deregulation, privatizzazioni: sostanzialmente una rarità in molti paesi occidentali, ma che tuttavia hanno trovato corpo in un paio di occasioni: negli Stati Uniti di Ronald Reagan e nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher. I due riuscirono a governare l’inflazione, cosa che fece cessare la necessità di controllare i prezzi e i salari; le loro politiche rappresentarono «la fioca luce alla fine di un secolo buio», nonostante l’affermarsi della globalizzazione (che altro non è che l’accelerazione della divisione del lavoro) e delle relative opportunità su larga scala. Poi il crollo del Muro di Berlino e delle barriere, dopo che per quasi mezzo secolo «i compiti dello Stato si sono dilatati a dismisura».

A farla lunga, il liberalismo trae le sue origini in John Locke nel XVII secolo, ma il liberismo delle origini, il paleoliberismo, nasce tra la fine XIX e l’inizio del XX secolo. Mingardi ripercorre la storia dei cosiddetti ordoliberisti, dipingendo la Vienna di fin de siècle, poi la conferenza a Parigi del 1938, quel Walter Lippmann Colloquim che sancì la nascita del neoliberismo negli anni di Franklin Delano Roosevelt e del suo New Deal, «la maggiore espansione della spesa pubblica in tempo di pace verificatasi sino ad allora». Da Carl Menger a Eugen von Böhm-Bawerk, passando per Alexander Rüstow e Friedrich von Hayek; quest’ultimo non uno dei Chicago boys, alla cui testa c’era il sommo capo della Spectre delle Spectre, Milton Friedman, accusato di essere il lacchè di Augusto Pinochet – il Nobel visitò il Cile solo nel 1975 e nel 1981 nell’ambito di una consulenza tecnica per fermare l’iperinflazione –, famigerato consigliere di Richard Nixon assieme ad Alan Greenspan.

E a proposito di Spectre, Mingardi dedica un capitoletto alla Mont Pelerin Society, l’associazione fondata da Hayek, che avrebbe voluto intitolarla ad Alexis de Tocqueville o Lord Acton, ma alla fine optò per il nome dell’omonimo villaggio elvetico. Nata nel 1947, quando il liberismo era in ritirata, tra i membri vanta Václav Klaus, George Schulz, Mario Vargas Llosa, Antonio Martino ed altri che fanno parte di un semplice network di studiosi attorno al fenomeno politico, economico e culturale del liber(al)ismo. Non stupisce che l’affermarsi della MPS abbia dato adito alla leggenda nera del neoliberismo cioè che «i neoliberisti si sono impadroniti del potere, gli elettori hanno subìto un lavaggio del cervello ad opera dell’intellettuale collettivo neoliberista», tesi che va per la maggiore oggi.

MPS e altri circoli liberali intendono esaminare le dottrine neoliberiste: per il liberale classico il potere dello Stato va circoscritto con opportuni vincoli. «Man mano che la partecipazione dei cittadini è andata crescendo, quando i parlamenti hanno smesso di essere circoli elitari hanno provato a rappresentare fedelmente la società, la politica si è fatta paradossalmente più macchinosa.» Mingardi non lo dice, ma questa è anche una delle motivazioni per cui i liberali-liberisti sono abbastanza sospettosi nei confronti della democrazia. Tuttavia, «gli ordoliberisti riaffermavano il principio del rule of law, quell’idea di eguaglianza davanti alla legge che deve valere in primis per i funzionari pubblici.» L’annoso ordoliberismo, in particolare, funge bene da capro espiatorio dal momento che rappresenta parte dell’impalcatura teorica della Unione Europea. Chi detesta l’UE non può che disprezzare l’impalcatura liberista.

Poi però la Storia andò in un’altra direzione: John Maynard Keynes – «il più influente scienziato sociale del ventesimo secolo» – e le sue dottrine conquistarono le amministrazioni dei paesi vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Un esempio importante fu la Gran Bretagna del Dopoguerra, quando Clement Attlee contribuì a costruire uno stato sociale molto esteso, in linea con le idee di Keynes per cui la politica economica doveva avere l’obiettivo di mantenere un’economia in pieno impiego, dunque nazionalizzazioni a gogò anche di aziende decotte. Un sistema economico-sociale aperto, libero dalle ingessature eccessive dello Stato, è positivo per tutti gli attori in gioco. Come scrive Adam Smith ne La ricchezza delle nazioni, un sistema mercantilistico chiuso vede invece l’interesse del consumatore quasi sempre sacrificato a quello del produttore. Va da sé che in regime di libera concorrenza e libero mercato «se i consumatori hanno più libertà di scelta si orienteranno, dovendo scegliere fra beni che si considerano l’uno sostituibile con l’altro, sui prodotti che costano di meno», fenomeno liquidato in malafede come “corsa al ribasso” dai detrattori del liberismo.

Mingardi invita ad andare oltre gli stereotipi attorno al neoliberismo. «La storia dei paesi ricchi fa sì che lì il costo del lavoro sia più elevato, ma pure che le loro istituzioni siano relativamente più affidabili. È sempre un azzardo generalizzare parlando di Nord e Sud del mondo: si tratta di etichette politico-giornalistiche […] Singapore e non è il Vietnam, il Marocco non è lo Zimbabwe, la Svezia non è il Portogallo.» Secondariamente, guardando all’andamento della spesa pubblica in Francia, Germania, e Stati Uniti «ciò che non è scomparso sicuramente è lo stato sociale» (una delle accuse al neoliberismo è la cancellazione totale del welfare). Infatti, la spesa per il welfare è passata, dal 1980 al 2016, dal 21.8% al 25.3% in Germania, dal 20.2% al 31.5% in Francia, dal 12.5% al 19.3% negli Stati Uniti. In media, i paesi dell’OCSE hanno avuto una spesa sociale che è cresciuta dal sedici (1980) al ventuno per cento (2016) del PIL. Rigurgiti di nazionalismo e populismo, ma anche socialismo e keynesismo, sembrano dunque ingiustificati.

Le cose vanno meglio di quanto si pensi. La tanto odiata globalizzazione, sponsorizzata dal neoliberismo, ha consentito di abbassare drasticamente la povertà a livello mondiale: la percentuale della popolazione sotto la soglia della povertà è passata dal ventinove per cento nel 1999 al 9.6 nel 2010. La spesa pubblica negli USA era il 7.5 per cento del PIL (1913), 27 (1960), 32.8 (1990); UK: 9.4, 32.2, 39.9; Italia 17.1, 30.1, 53.4. Stupisce dunque l’attacco al duo Thatcher-Reagan: sotto i loro governi, paradossalmente la spesa pubblica in relazione al PIL è aumentata! Certamente, «un paese più prospero può anche permettersi più spesa pubblica», spiega Mingardi; oggi «siamo più numerosi e meno poveri di quanto non siamo mai stati.» Inoltre, «all’epoca della globalizzazione paleoliberista, il costo del trasporto transatlantico diminuì quasi del 60% tra il 1870 e il 1900. Nel secondo Dopoguerra è stato forse l’avvento del container a unire più di qualsiasi altra cosa il pianeta: […] ha abbattuto il costo della gestione del tempo […] del 90%», il tutto a vantaggio del consumatore.

Continua Mingardi: nel 1990, due miliardi di persone vivevano in povertà estrema, fissata a 1.90 dollari al giorno. Nel 2015 il numero è sceso a 705 milioni. Rifacendosi a Why nations fail? di Daron Acemoglu e James Robinson, Mingardi spiega che «questa diminuzione della povertà assoluta è dovuto soprattutto la crescita dei paesi asiatici, i quali […] sono un impasto di contraddizioni, istituzioni “estrattive” più recenti, ancora fragili, istituzioni “inclusive”». Ad ogni modo, «i livelli delle retribuzioni sono comunque su un trend di crescita». Mingardi spiega che il disprezzo nei confronti del neoliberismo non può essere tanto nella globalizzazione in sé, quanto «nella misura in cui conduce all’erosione di quello Stato sociale che metterebbe sotto scacco». «Da una parte, i nemici del neoliberismo non riescono a venire a patti con l’idea che tutte le politiche economiche abbiano conseguenze inintenzionali», perché dovrebbero rinunciare a nessi causali semplici e corroborati dalla malafede, tra cui il fatto che «non ci sia che un modo per diventare ricchi: derubare i poveri.» Insomma: «il neoliberismo funziona benissimo come parafulmine per ogni frustrazione, […] una scatola vuota che facilmente si riempie con ciò che ciascuno più detesta.»

Friedman spiegò che «è una fortuna che la società capitalistica sia più produttiva, perché in caso contrario non sarebbe mai tollerata». Nel capitolo “Ci vuole più Stato!” Mingardi analizza – e al contempo intraprende una sorta di braccio di ferro con – le posizioni di Thomas Piketty, ma soprattutto di Mariana Mazzucato e il suo The Entrepreneurial State. Accusati di essere per una “società di mercato” (nella quale esperienze valori che altrimenti non lo sarebbero verrebbero “mercificati”) i neoliberisti sono attaccati da chi intende impostare una visione di uno Stato ingordo ed invadente, fino a sostenere che «dalla Rivoluzione industriale in poi le grandi svolte dell’umanità sono state rese possibili soltanto dall’intervento dello Stato.» Altre critiche al neoliberismo derivano poi dal nazionalismo, elemento moderno, che si basa su un bisogno di appartenenza antico. Ad esempio, in Italia il primo governo cosiddetto sovranista presieduto da Giuseppe Conte riuscì a mettere assieme la retorica antiliberista di destra e quella antiliberista di sinistra, creando un impasto social-nazionalista o nazional-socialista che dir si voglia.

«Ora come non mai, il socialismo è un po’nazionalista e il nazionalismo è sempre socialista», spiega Mingardi rifacendosi alla tradizione hayekiana. Il nazionalismo, che gioca le sue carte sul terreno del welfare, piega l’individuo all’obbedienza e venerazione dello Stato; «è più facile mandare milioni di persone in trincea se sono convinti che lo esiga la patria, esattamente come è più facile convincerli a pagare le tasse se credono che ciò sia fondamentale per il “bene pubblico”.» Mingardi spiega come l’urlo di guerra “prima gli italiani” sia essenzialmente un appello al caritatevole Stato sociale. La richiesta del suddito che i servizi vengano elargiti ad alcune categorie di persone (puro clientelismo) sulla base della nazionalità: secondo questa logica, «gli italiani debbono arrivare prima nell’attribuzione degli alloggi e delle case popolari, devono magari fare meno coda in ospedale, devono essere privilegiati nel pubblico impiego.» Insomma: “prima gli italiani” è il contrario del liber(al)ismo – dove viene prima chi merita e chi è capace – ed è una supplica al compassionevole padre-padrone-Stato affinché le risorse vengano allocate in base alla nazionalità.

Mingardi sottolinea come l’opposizione al neoliberismo sia una costante politica degli ultimi anni da destra a sinistra: tutti contro il neoliberismo! Dai fascistelli del Duemila ai nostalgici di mamma-URSS, da Donald Trump a Jair Bolsonaro, dai Cinque Stelle in Italia agli ultraconservatori pro-Brexit il Regno Unito, da Podemos in Spagna a Marine Le Pen in Francia. Molti di questi populisti si dedicano a riesumare il mantra delle diseguaglianze per cui la divaricazione tra ricchi e poveri è sempre colpa dell’austerità, della globalizzazione, del neoliberismo. Tutto sommato, della libertà individuale e della libertà di impresa. Altri invece dicono che paradossalmente il populismo è colpa del neoliberismo. Comunque la si giri, il parafulmine liberista è sempre al centro dell’odio inter-dottrinale. «La destra non sa tagliare lo Stato, la sinistra ha paura di non poterlo più far crescere.» Il neoliberismo è dunque il nemico perfetto: era il nemico del Fascismo e del Comunismo negli anni Trenta e Quaranta; lo è ancora oggi. Pazienza se quel poco neoliberismo settoriale che c’è stato nel secolo scorso ha prodotto ricchezza a livello globale, abbassato la povertà globale, nonché le cosiddette diseguaglianze a livello globale.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Immoderati)

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