Liberali, popolari e riformisti uniti nella visione anti-populista

Dalle emergenze non si esce senza politica: è questa la tesi di fondo del nuovo libro di Alessandro Barbano, La visione (Mondadori, 2020). Nell’era del populismo e degli appelli alle soluzioni facili, non è solo la classe politica ad entrare nel calderone delle accuse demagogiche di alcuni saltimbanchi sciovinisti, quanto il concetto stesso di politica. Affermando che dalle crisi si esce con la politica, l’autore si espone alle critiche di chi vede quest’ultima come il fumo negli occhi. In questo senso, Barbano è profondamente anti-populista e nel corso del volumetto tratteggia l’idea di un nuovo modo di occuparsi della cosa pubblica; «il populismo si vince se si riconnette la libertà alla responsabilità, e se si parla la lingua della verità.» Il riformismo, decantato a destra quanto a sinistra nella Prima e nella Seconda Repubblica, è visto dall’autore come possibile soluzione per sanare la “Terza”. Riformismo vuol dire innanzitutto rigettare le tesi populiste, «la cui propaganda innaffia i diritti e ignora i doveri, promette maggiore spesa pubblica e trascura la riduzione del debito».

Come dimenticare poi uno dei problemi cruciali dell’Italia: non l’immigrazione, quanto l’emigrazione. Secondo Barbano, è proprio quest’ultimo l’indicatore che meglio racconta il paese; non il PIL, quanto «la fuga dei giovani all’estero, con un saldo negativo crescente in modo esponenziale nell’ultimo decennio. Superare il populismo vuol dire accorgersi di questa diaspora». La tentazione populista – dove per populismo s’intende un modo di condurre un’offerta politica – è quella di isolare i paesi: un’atomizzazione anti-mercato, antimeritocratica, nazionalista e assistenzialista. Il populismo in azione prevede uno statalismo distributivo, incentivi a pioggia, Stato sociale en masse; strumenti usati da molte classi politiche per ingraziarsi il consenso popolare, nel contesto di una «sinistra pentita, di fronte agli incerti della globalizzazione, delle sue aperture liberali, quanto in una destra sovranista che fa uso spregiudicato della mano pubblica per blindare il consenso.»

Barbano riflette sugli impatti e per gli stati e per gli individui della pandemia di Covid-19, affermando che ci sono due visioni epidemiologiche. «La prima punta a una sorveglianza totalitaria, assumendo l’emergenza come la giustificazione per una strategia segregazionista, sospendendo o limitando il controllo parlamentare con i decreti d’urgenza […] La seconda investe su una responsabilizzazione dei cittadini». Si sa che strada ha intrapreso l’Italia; dove a principio del 2020 i posti letto di terapia intensiva erano poco più di cinquemila, contro i quasi sei volte tanto della Germania. Per il Belpaese infatti la sfida pandemica è stata una Caporetto, «di cui portano responsabilità, in eguale grado, la politica e gli scienziati, i leghisti e le sinistre a palazzo, la sanità lombarda e il governo.» L’Italia tutta è entrata nella crisi pandemica non solo impreparata, ma con un alto livello di conflittualità politica. Sebbene il virus abbia costretto molti ad ingegnarsi e innovarsi, «la gravità della crisi e lo shock politico nella classe dirigente hanno suggerito alla politica un atteggiamento parassitario, nel timore di vedersi imputare la responsabilità di un dilagare del contagio.»

D’altra parte, non è chiaro perché si debba essere responsabili quando l’accoppiata di indebitamento e statalismo sono viste come la soluzione di tutti i mali. Sottolinea Barbano: «invochiamo la solidarietà europea come una pretesa, esigendo che gli altri paesi si facciano garanti del nostro debito […] ma rinunciamo a comprende che, come debitori, non siamo credibili.» Non stupisce dunque che gran parte della classe politica nazionale sia inadeguata, a partire proprio dai partiti di governo. Quel PD e M5S legati a doppio filo allo statalismo e al moralismo. «Il primo arma la burocrazia, illudendoci di poter risolvere i problemi delle famiglie e delle imprese, riportando tutto sotto il controllo dello Stato. Il secondo coltiva una stupida intransigenza.» Il tutto mischiato dall’invidia sociale, cosa che non appartiene più tanto al PD – ma apparteneva al PCI – ed è la ragione sociale del M5S. D’altra parte, le opposizioni non sono messe meglio, con un’egemonia politica egualmente statalista e nazionalista.

Come dunque ovviare al deserto politico che si è delineato in Italia? Innanzitutto, è assurdo pensare che la scelta politica nell’affrontare i problemi sia quella delineata dalle attuali forze in campo. «Occorre perseguire un’azione inclusiva fondata sul riconoscimento reciproco e sul dialogo tra le diverse identità coinvolte […] Solo una forza politica insieme liberale, popolare e riformista […] potrebbe superare nelle urne la quota del dieci per cento dei consensi.» Barbano dipinge una sorta di manifesto della liberaldemocrazia del futuro: forze legate al liberalismo, popolarismo e riformismo dovrebbero allearsi per tener testa al populismo di destra e sinistra, adattandosi allo spirito dei tempi. I tempi che contemplano un “populismo strisciante” – «un’ideologia fintamente rivoluzionaria e strutturalmente conservatrice» – come modello politico trionfante.

«Di fronte all’impatto della tecnofinanza sulla stessa statualità, il liberalismo deve rinunciare alla tentazione di un’autoregolazione assoluta del mercato, riconoscendo allo Stato un ruolo a difesa dell’interesse collettivo. Di fronte al dirittismo civile e sociale che corporativizza gli interessi e pone la democrazia in ostaggio delle minoranze organizzate, la cultura progressista deve riagganciare i diritti ai doveri». Nel movimento politico ipotizzato da Barbano non c’è spazio per il leader unico (partito personale): il movimento deve appresentare anzitutto un’alternativa, che significa «riagganciare il potere al sapere, la delega alla competenza, ma soprattutto ricomporre la frattura che si è aperta nelle democrazie liberali tra libertà e responsabilità. E questa è una malattia comune del centrodestra e del centrosinistra, dei liberali e dei progressisti: aver coltivato solo i diritti e non anche i doveri». In questo senso, un’alleanza tra liberali, cattolici e riformisti deve articolare la propria proposta su obiettivi concreti.

Punto uno: la “visione” politica ideale di Barbano è basata su un giudizio di verità (anche scomodo) sull’Unione Europea. Punto due: riformare lo Stato, missione storica mancata in tutte le epoche da tutti i partiti. Punto tre, proteggere l’opinione pubblica dall’«ubriacatura plebiscitaria della società, diventata malattia del consenso»; quella che Barbano già definì “consensite” e cioè il voler a tutti i costi accaparrarsi il consenso. Punto quattro, «la manutenzione del rapporto tra diritti e doveri». Punto cinque, «una politica intelligente in materia di immigrazione, vista «l’assenza pressoché totale di opzioni intermedie». Punto sei, «riguarda il rapporto tra gli italiani e la Storia. Se la mancanza di una memoria condivisa è il contesto in cui l’opinione s’impone sulla verità, non c’è dubbio che il populismo ha scavato […] una breccia nella permeabilità del racconto che il paese fa di sé.»

Barbano sottolinea due elementi molto importanti. Giustizia e scuola «sono il simbolo della rinuncia riformista […]: i due sistemi non hanno mai conosciuto un vero ripensamento dei rispettivi assetti istituzionali.» Per quanto riguarda il primo, Barbano spiega che «in un sistema accusatorio incompiuto, dove il ruolo dell’accusa è andato via via crescendo rispetto a quello della difesa, il PM si muove per tutta la lunga fase delle indagini preliminari come un poliziotto totalmente indipendente.» Inoltre, «la politica ha perso molte occasioni per depoliticizzare il CSM», ma il vero problema è «l’ampiezza della custodia cautelare. Più di un detenuto su tre, cioè il 34.5 per cento contro una media europea del 22.4 è in carcere in attesa di giudizio, cioè in assenza di una sentenza definitiva che ne certifichi la colpevolezza.»

In merito alla scuola, il nodo irrisolto in Italia è l’alternanza della stessa con il lavoro. «L’obbiettivo di una cittadinanza responsabile, di cui facciano parte una sufficiente maturità civica, una educazione digitale e una cultura del rispetto delle differenze, sollecita […] un insegnamento specifico e obbligatorio, che integri conoscenze di diritto e di economia con i grandi quesiti della contemporaneità […] Perché la scuola diventi anzitutto il luogo dove si sviluppa il pensiero critico del futuro cittadino.» Barbano sembra soddisfatto della sua proposta: «la prospettiva del centro è […] potenziale. Per tradursi in realtà va concimata con una tempistica diversa da quella elettorale. Significa avere il coraggio di rischiare. Di lanciarsi in un mare aperto senza l’ombrello del partito di riferimento con cui contrattare le candidature che garantiscono la sopravvivenza parlamentare.» Un’utopia, nella politica corrente, ma una realtà in una visione pragmatica e non demagogica.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Corriere dell’Italianità)

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