Ma il Fascismo è una cosa seria (e criminale)

Se si consulta molti dei media italiani negli ultimi anni, non si può fare a meno di notare dirette o indirette allusioni al Fascismo. La cosa dovrebbe far piacere: finalmente si intende fare chiarezza sul Ventennio e sulla memoria storica italiana! Non proprio. La ricorrenza della tematica del Fascismo non è nell’ambito di un doveroso e sano processo di dibattito attorno al periodo 1922-1945 in Italia; no: si tratta di riportare l’epiteto di fascista contro l’avversario politico. A fasi alterne, “fascisti” lo sono stati in tanti: nei decenni, Amintore Fanfani, Mario Scelba, Indro Montanelli, Renzo De Felice, Silvio Berlusconi. Chiunque o quasi, senza dimenticare la Democrazia Cristiana e gli Stati Uniti ovviamente, era “fascista” secondo una certa retorica. La proiezione dell’ombra del Fascismo sull’avversario politico è sempre stata un’arma di scomunica – il più delle volte infondata – che ha delegittimato di proposito l’avversario politico; una degenerazione, che dura tutt’ora.

Pierluigi Battista (Corriere della Sera, 16 settembre 2019) ha spiegato che «si gridò al pericolo fascista quando Alcide De Gasperi, di ritorno dagli Stati Uniti nel 1947, decise di rompere il governo di unità nazionale con comunisti e socialisti […] Si gridò all’allarme democratico quando, nel 1953, i partiti di governo proposero una legge elettorale con premio di maggioranza […] Si gridò al ritorno al Fascismo quando con il Governo Tambroni, nel 1960, il MSI entrò in maggioranza con la DC. Si accese la lampada dell’allarme democratico quando, nell’atmosfera del golpe cileno del 1973, alcuni dirigenti della sinistra furono indotti a dormire fuori casa nell’eventualità di un golpe fascista […] Si gridò all’allarme democratico quando Bettino Craxi, raffigurato in camicia nera, propose la Grande Riforma […] Si gridò all’allarme democratico per le esternazioni del presidente Francesco Cossiga».

L’uso sconsiderato del vocabolo “fascista” in democrazia per attaccare l’avversario politico ha prodotto due cose. Da una parte, continuare a strillare e svalorizzare la parola “Fascismo” è annebbiare la vista di molti cittadini che, quando autentici movimenti illiberali e non democratici si presentano sulla scena politica, non sono in grado di riconoscerli. In altri termini, gridare per tre quarti di secolo al Fascismo – quando, a tutti gli effetti, i personaggi tacciati di tale infamia sono perfettamente nell’alveo democratico – potrebbe impedire di creare gli anticorpi politico-sociali qualora un movimento di stampo squadrista accedesse alla stanza dei bottoni. D’altra parte, un secondo risultato è che la parola “Fascismo” è stata del tutto inflazionata: nei decenni si è quasi perso il significato originale della stessa. E cioè che il Fascismo nacque in un certo momento storico e operò entro un certo periodo storico.

Rievocare il fantasma dell’Antifascismo ad ogni piè sospinto in maniera strumentalmente politica, non fa di certo un servizio alla memoria storica attorno al fenomeno: anzi, è un continuo posticipare un’analisi seria su un’epoca che in Italia non è mai stata fatta o quasi; per contro, il grosso degli studi sul Fascismo sono avvenuti nelle università estere, principalmente americane. Il continuare a strillare al Fascismo, non solo rivela una mancanza semi-totale di contenuti da contrapporre ai “fascisti”, ma danneggia la memoria storica di una nazione e, soprattutto, vilipende in maniera indecorosa chiunque sotto il Fascismo è perito. Il Fascismo è una cosa seria: criminale e violenta. Il targare di Fascismo l’avversario in pieno regime democratico, rievocarne in maniera sconsiderata per bieco tornaconto l’eterno ritorno, è insostenibile e irrispettoso per chi il Fascismo l’ha sperimentato sulla propria pelle.

In Italia non solo c’è stato il Fascismo, ma «forse ancora più importante, la narrazione ufficialmente accreditata del medesimo», ha scritto Ernesto Galli della Loggia (CdS, 30 gennaio 2020), «secondo la quale il Fascismo sarebbe stato un’espressione per antonomasia della destra e quindi l’Italia, se non è governata dalla sinistra, sarebbe costantemente a rischio di ripiombare nella dittatura». A parte che l’unico partito che si ispirava più o meno palesemente ad un sistema totalitario era il Partito Comunista – DC, PLI, PRI, PSDI, PSI, Radicali etc. si rifacevano alla tradizione liberaldemocratica – è tutt’ora fuori luogo tacciare l’avversario di Fascismo in democrazia. Ovviamente, come ricorda Galli della Loggia (Tre giorni nella storia d’Italia), l’Antifascismo – concetto svilito in tempi moderni dall’abuso di chi sotto il Fascismo non c’è mai vissuto – è «l’irrinunciabile valore ispiratore ufficiale della Repubblica […]; ma […] anche […] uno dei più importanti terreni di scontro fra i partiti […], nonché la principale arma di delegittimazione dell’avversario […] L’accusa di non essere coerentemente antifascista, o addirittura di inclinare verso il Fascismo, sarà l’accusa che la sinistra lancerà più spesso nei confronti di tutti i governanti e i governi in carica dal 1948 ad oggi.»

In Italia negli anni l’Antifascismo è diventato un mito e una professione; tanto è vero che figure che hanno tentato di fare luce sull’oscuro Ventennio e il suo capo, sono stati progressivamente allontanati dai circoli culturali (vedi De Felice). Il caso che più di tutti ha fatto scuola è quello di Giampaolo Pansa, già vicedirettore di Repubblica, che “osò” pubblicare Il sangue dei vinti. Da superstar del progressismo precipitò nella polvere e nell’infamia: dagli amici che non gli rivolgevano più la parola ai lunghi salamelecchi dell’antifascista di professione che occupava i giornali per attaccarlo. Il best seller del giornalista del Monferrato era «vergognoso, non revisionista ma falsario» secondo Aldo Aniasi; «una vergognosa operazione opportunista» per Giorgio Bocca (iscritto ai GUF in gioventù); «una cinica operazione editoriale» nel parere di Sandro Curzi. Pansa era d’improvviso diventato “fascista”? No di certo, ma le accuse di Fascismo erano ridicole e antistoriche; tipiche di un paese e di una classe politico-cultural-giornalistica che con le stagioni problematiche del suo passato, anche le più torbide, non ha mai voluto fare i conti.

In Germania, per esempio, grossomodo i socialdemocratici non accusano di Nazismo gli avversari cattolici o liberali. Complice anche la tradizione americana – dove s’identifica con “Fascism” anche l’intolleranza dei razzisti e i segregazionisti – “Fascismo” è una parola pass-par-tout: chi la usa a livello politico sa benissimo che delegittima l’avversario in maniera irreparabile. «Mussolini fu il Fascismo e il Fascismo fu Mussolini», come disse Montanelli: è bene ricordarlo. Per Stalin “fascista” era d’altra parte il peggiore degli insulti. Egli iniziò a deformarne il significato e tutto ciò che era male e che non gli andava bene era fascista. Capitalisti, cattolici, democratici, liberali: tutti fascisti. Lo stesso Leonid Brežnev continuò su questa tradizione: mentre l’URSS interveniva con il pugno di ferro in Ungheria, Cecoslovacchia e Afghanistan, il Fascismo era la minaccia costante dell’Ovest. I finti antifascisti di professione vogliono dunque assomigliare a Stalin e Brežnev nella loro crociata antistorica contro un presunto Fascismo?

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: