Lib-lab, quando Craxi irruppe al Giornale di Montanelli

Nonostante in Italia media e politica si nutrano l’uno dell’altro, non è scritto da nessuna parte che un direttore di giornale debba per forza andare d’accordo con un capo politico. Certo, le battaglie a livello personale tra un direttore di quotidiano e un leader politico appartengano decisamente più alla cosiddetta Seconda Repubblica, ma anche nella Prima c’erano storie e storielle di “amore-odio” tra le due categorie. Coerentemente con i loro punti di vista sulla politica che avevano abbracciato – liberal-conservatrice il primo, Socialismo riformista il secondo – Indro Montanelli e Bettino Craxi non si piacevano.

Senza essere mai arrivato al vero e proprio astio provato da Eugenio Scalfari nei confronti del leader socialista, a Montanelli “il Cinghialone” non stava particolarmente simpatico. Non gli piaceva: lo riteneva arrogante, ma non si avventurava – come si usava a sinistra – in improbabili e storicamente errati paragoni mussoliniani. Senza mai definirlo un farabutto, il direttore del Giornale non aveva mai esitato a dipingerlo ironicamente come un “guappo”. Una sorta di lestofante politico: molto abile e molto furbo; tutto sommato intelligente. E pronto a tutto. Montanelli riconosceva a Craxi una certa spregiudicatezza nel far lievitare il consenso popolare attorno ad un settore di nicchia, compresso tra le due chiese (DC e PCI); apprezzava dunque il tentativo di autonomismo su modello francese che Craxi aveva scelto nei confronti del Partito Comunista.

Montanelli vedeva di buon occhio il fatto che Craxi volesse emanciparsi dalla sudditanza psicologica del PSI nei confronti del PCI. Come poi ottenere quella sorta di indipendenza dal partito legato a doppio filo con Mosca era un’altra faccenda: allo scoppio di Mani Pulite – il redde rationem del sistema politico della Prima Repubblica, dove i socialisti furono particolarmente colpiti dalle inchieste milanesi – Montanelli e il suo Giornale non hanno risparmiato aspri attacchi nei confronti di chi più di tutti, almeno nell’immaginario collettivo, nel biennio 1992-1994 sembrava il grande colpevole della marcescenza della cosa pubblica.

A Montanelli l’uomo “politico” Craxi non piaceva, ma se a Repubblica il leader socialista provocava letteralmente disgusto, il Giornale era leggermente più mite e signorile. Il principe del giornalismo italiano “feriva” con la penna, l’eleganza e la sobrietà: combatteva certamente le sue battaglie – nel mirino di Montanelli c’era più Ciriaco De Mita, che Craxi –, ma non si lanciava in lunghi pipponi contro l’“avversario” politico (differenza, una delle tante, che lo contrapponeva a Scalfari, che d’altra parte elargiva patenti di moralità).

Uno degli episodi fondamentali che ha certamente contribuirono ad inasprire i già difficili rapporti Montanelli-Craxi fu la fuoriuscita di Enzo Bettiza dal giornale di Via Negri. Secondo la vulgata, Craxi avrebbe esercitato un forte fascino nei confronti del giornalista spalatino, convinto che nel “nuovo” Socialismo del garofano rosso potesse esserci spazio per posizioni più liberali; non a caso lo stesso Bettiza si era contemporaneamente avventurato in esperimenti liberaldemocratici, confluiti nel libro Lib/Lab, scritto con Ugo Intini. Bettiza era stato quasi stregato dall’idea-miscuglio di Socialismo democratico e liberalismo sociale. In altri termini, di Socialismo liberale, un evidente ossimoro, nella pratica e nella teoria, cosa che Montanelli sapeva benissimo.

La nuova prospettiva ideologica offerta (a parole) dal PSI craxiano era, secondo Bettiza, un misto di liberalismo e laburismo inglese, ma naturalmente il Partito Socialista Italiano non si avvicinava minimamente né all’una né all’altra corrente ideologica. Era più Bettiza, forte della sua vasta ed eterogenea cultura a cavallo tra Est ed Ovest (tra galassia liberaldemocratica e galassia comunista) che si era illuso di mischiare due mondi inconciliabili. Da una parte, il liberalismo in Italia era ed è una dottrina politica praticamente sconosciuta, dall’altra il laburismo inglese si era del tutto impantanato nei gravi drammi sociali (inflazione, stagnazione economica, disoccupazione, instabilità politica) dell’Inghilterra pre-thatcheriana degli anni Settanta.

Montanelli non vedeva di buon occhio l’accoppiata lib-lab, un miscuglio che non capiva e che, a suo avviso, non poteva avere futuro (e di fatti fu così). In particolare, sebbene il maestro del giornalismo fosse aperto a contributi di diverse tendenze e culture politiche sul suo giornale, non riteneva le istanze lib-lab nell’ordine dello spirito con cui era nata la sua creatura cartacea nel 1974. Certamente qualcosa a cui il Giornale non ci si doveva conformare. Bettiza dal canto suo – complice sicuramente la sua lunga esperienza di corrispondente oltrecortina – voleva tentare l’avventura del Socialismo temperato (l’ammirazione per Alexander Dubček da parte dell’ex giornalista de La Stampa s’inseriva in questo ragionamento) con una spruzzatina liberalismo economico (quello non corteggiato dal Corriere della Sera dei primi anni Settanta e che fu tra i motivi della creazione del Giornale). Bettiza aveva intravisto la possibilità di creare artificialmente questo nuovo impasto politico nel PSI craxiano. Infatti, Bettiza aveva sincera stima di Craxi: il riformismo – ancora: a parole – del segretario socialista lo convinceva, tanto è vero che dal 1989 al 1994 il “Barone” s’iscrisse al PSI, gettando nel cestino la tessera del Partito Liberale, dove era entrato quindici anni prima.

Montanelli, che di tessere di partito non ne aveva e non intendeva prenderne («io sono soltanto un giornalista», ripeté umilmente fino alla morte), sapeva che le istanze liberal-conservatrici non attecchivano nella società italiana, da sempre avversa ai programmi liberali: concorrenza, libero mercato, poco Stato e, soprattutto, meritocrazia. La drammatica rottura tra Montanelli e Bettiza – i due erano amicissimi – fu proprio il giudizio su Craxi. Il pupillo di Pietro Nenni venne eletto solo come “tappabuchi” al vertice del PSI nel 1976: nessuno avrebbe scommesso una Lira sull’omaccione milanese, in fin dei conti timido e di seconda-terza fila nell’organigramma del Socialismo italiano. Bettiza decise di osservare le mosse politiche di Craxi, anche se è pur vero che alla politica interna Bettiza non ha mai dato molta attenzione. Seppur indirettamente, fu dunque Craxi a fungere da pomo della discordia tra il direttore e il condirettore del Giornale.

Il leader psi aveva scritto un famoso articolo sull’Espresso nel 1978 a proposito di un Socialismo libertario: fu allora che Bettiza cercò di convincere Montanelli a sostenere l’esperimento lib-lab, ma il direttore non ne voleva sapere: non voleva mettersi al servizio di nessuno; cosa che avrebbe pagato in maniera durissima tra il 1993 e il 1994. Alla porta della caravella liberale di Via Negri, vennero messi assieme a Bettiza Francesco Damato e Pilade Del Buono. Loro che «avevano scambiato il Giornale per l’Avanti!», avrebbero commentato sarcasticamente alcuni ex colleghi.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Il Caffè)

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