Contro la guerra e oltre la geopolitica: il Premio Nobel per la Pace al World Food Programme

I più maliziosi dicono che il Premio Nobel per la Pace non è stato assegnato all’Organizzazione Mondiale della Sanità perché i vertici della stessa sono geopoliticamente al centro di diverse controversie a cavallo tra Stati Uniti e Cina nell’ottica della gestione della pandemia di Covid-19. Il prestigioso riconoscimento è dunque andato inaspettatamente al World Food Programme, altra importante agenzia dell’ONU. Un premio ad un importante programma che contribuisce a salvare molte vite, nonché alla solidarietà internazionale. Da tempo infatti l’organizzazione combatte contro la fame nelle zone critiche del pianeta, sebbene questa sia stata ridotta in maniera consistente negli ultimi trent’anni. L’annuncio del Comitato norvegese è stato accolto con favore dal direttore esecutivo del WFP, David Beasley, il quale si è detto onorato del riconoscimento per gli sforzi dell’agenzia con sede a Roma. La cerimonia di consegna, evento che ha luogo regolarmente dal 1944, era originariamente prevista per il 10 dicembre prossimo, ma è stata annullata a causa della pandemia globale; una diretta televisiva dal grande atrio del palazzo comunale di Olso si terrà in conformità alle misure sanitarie.

Il toto-Nobel non era mancato nel periodo precedente all’assegnazione. Persino Donald Trump è stato candidato al prestigioso riconoscimento per avere avuto un ruolo nello storico accordo tra Israele, Emirati Arabi e Bahrein di qualche settimana fa. D’altra parte, come a ribilanciare l’equilibrio politico, in molti hanno visto in Joe Biden, sfidante di Trump alle elezioni presidenziali americane del 3 novembre prossimo, una possibile alternativa, dicono alcuni, data la sua predisposizione al dialogo e alle soluzioni pacifiche. D’altronde, queste presunte doti erano state al centro delle motivazioni per cui il Premio Nobel per la Pace 2009 venne assegnato a Barack Obama, ancor prima che questi iniziò a muoversi sullo scacchiere della politica estera statunitense. Tra i candidati di spicco, anche l’attivista svedese Greta Thunberg – già candidata-papa al premio – che tuttavia è uscita cardinale dal processo di assegnazione. Forse, tra i delusi, ci sono anche il numero uno dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus e il Segretario dell’ONU António Guterres, i quali d’altra parte si sono complimentati i vertici dell’organizzazione a loro gemella.

Complici molti media, con la pandemia di Covid-19 tanti hanno forse dimenticato tutti gli altri problemi che affliggono il pianeta: quello della fame è (ancora) uno di questi e si aggiunge alla lista che vede povertà, diseguaglianze, incremento di parità uomo-donna, diritto all’educazione e allo studio tra i temi più importanti a cui è richiesta soluzione nei prossimi anni. L’Accademia norvegese, che ospita eccezionalmente l’unico premio Nobel al di fuori della Svezia, ha giustificato la scelta di premiare il WFP per gli impegni di quest’ultimo nello stabilire importanti condizioni di pace coniugato al sussidio alimentare. Il comitato di Oslo ha specificato che il Programma Alimentare Mondiale è un attore importante nelle relazioni internazionali e nell’universo delle Nazioni Unite. Pace e zero fame vanno di pari passo, come ha spiegato Tomson Phiri, portavoce del WFT. La guerra è quasi sempre causa e al contempo conseguenza della fame nel mondo: non a caso, il Programma ha definito la fame come un’arma di guerra, non meno letale di quelle convenzionali; per questo il Premio Nobel nobilita ancora di più la missione del WFP, oltre le considerazioni geopolitiche, lanciando un messaggio verso la pace e le soluzioni internazionali condivise.

Naturalmente le considerazioni di stampo geopolitico non sono mancate in maniera più o meno esplicita al momento dell’annuncio del Nobel: con oltre un milione di morti da Covid-19 e trentasette milioni di casi nel pianeta, concedere il Premio all’OMS poteva essere una scelta controversa. Secondo UN News, il WFP è la più grande organizzazione umanitaria nel mondo e l’anno scorso ha assistito quasi cento milioni di persone in ottantotto paesi del mondo, con una presenza capillare e mediamente efficiente, tenendo conto che molte delle realtà con cui l’agenzia opera sono scenari di guerra e o conflitto pluriennale. Ai problemi legati alla mancanza di infrastrutture, di politica, di un’economia solida, di un sistema elettorale piuttosto che di uno sanitario saldo, quello della fame tocca milioni di individui ancora oggi.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

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