Nel passato, l’egemonia culturale cinese del presente

L’economia, gli scambi commerciali, gli investimenti, certo, ma nel lungo termine è la cultura a dare le carte agli stati, nonché un’identità e un progetto strategico. Chi capisce il peso della cultura e l’importanza di improntare la società verso un certo tipo di valori rivela saggia lungimiranza. Così facevano i grandi costruttori degli imperi del passato: e non ci sono ragioni per credere che non sia così anche per la Cina di oggi. Complice il disorientamento europeo (sebbene il continente sia stato il maggior motore dell’egemonia culturale nelle campagne di colonizzazione), l’isolazionismo statunitense (che ha offerto al mondo il suo way e style of life per tre quarti di secolo), la triste apparente non-crucialità di Sud America e Africa (che l’egemonia culturale non l’hanno mai avuta e casomai l’hanno subita), i perenni conflitti in Medioriente (zona dove nacquero i primi esempi di egemonia culturale su scala ridotta), oggi Pechino è destinata a vincere se non la guerra commerciale contro l’America, quella più importante. Quella culturale.

È da decenni che il Dragone sta silenziosamente corroborando la sua identità interna come modello da esportare verso il mondo che si è comprato. Fortemente nazionalista, l’espansione del potere culturale cinese rappresenta l’intenzione di Pechino di voler mettere fine nel più breve tempo possibile al lungo secolo americano e instaurare quello cinese; l’uso del tutto strumentale del capitalismo – corroborato dal controllo comunista – rema in questa direzione. La Cina non è estranea all’omogeneizzazione della cultura dall’alto. D’altra parte, a fianco al Grande Balzo in Avanti – lanciato nel 1958 e durato fino al 1961, dopo aver prodotto trenta milioni di morti – è la Rivoluzione Culturale lanciata nel 1966 – e definita da Eric Hobsbawm come una «campagna contro la cultura, l’istruzione e l’intelligenza che non ha paragoni nella storia del Novecento» – che ha illustrato quanto un’omologazione culturale che partisse dai vertici dello Stato possa essere nociva.

Il Grande Balzo in Avanti doveva essere la promessa del «Comunismo dell’abbondanza» secondo Mao Zedong (abbondanza di vittime casomai), ma i danni nel lungo termine furono proprio quelli della Rivoluzione Culturale, con la quale il sistema scolastico cinese è stato distrutto, biblioteche e templi buddisti furono abbattuti in un sacrilegio culturale da far venire i brividi. Quella di oggi non è la Cina degli anni Sessanta: è una Cina che più che distruggere intende imporre il suo sistema culturale. La proliferazione degli istituti Confucio – centri costituiti dal ministero dell’istruzione per diffondere la cultura cinese all’estero – e la loro estensione globale ne sono un chiaro segno, ma allo stesso momento pure l’esempio più lampante della strategia culturale della Cina di oggi: più verso la ricerca di egemonia sistemica che al mero spargimento benevolo della propria cultura.

Il 18 ottobre del 2017, in un discorso di duecentocinque minuti al diciannovesimo Congresso nazionale del Partito Comunista Xi Jinping manifestò al mondo la sua visione della Cina del futuro: quello culturale era uno dei pilastri fondamentali dello Stato-continente che il principino aveva in mente. «È arrivato per noi il momento di prendere la scena nel mondo e dare un contributo maggiore all’umanità», disse Xi. Vaghi i termini, ma la sostanza era chiarissima: dopo aver fatto inserire la sua filosofia all’interno della Costituzione – mettendosi a livello di Mao e superando Deng Xiaoping nella gerarchia della dottrina nazional-sino-comunista – Xi enfatizzò il ruolo che la sua Cina avrebbe avuto in campo culturale e sociale. La sua infrastruttura ideologica, basata sul mix Comunismo-capitalismo-nazionalismo, prevede anzitutto la missione storica di rinnovare la nazione e l’uomo-tipo cinese agli occhi del mondo.

L’esempio più lampante del progetto di egemonia culturale cinese è senza dubbio la Belt and Road Initiative (BRI), non solo un network che tocca i settori di trasporti, energia e commercio, quanto in primis un enorme progetto di revisione storica e distensione territoriale, la grande aorta che porta il mondo in Cina e la Cina nel mondo, il supremo progetto di rivalsa nei confronti dell’Occidente responsabile del “secolo delle umiliazioni”. Non stupiscono le critiche al progetto espansionistico ed unilaterale cinese: ad esempio, in relazione all’Europa, ha scritto Giada Messetti (Nella testa del Dragone), «le principali accuse sollevate contro Pechino riguardando soprattutto la mancata reciprocità: la Cina non offre all’Unione Europea le stesse aperture di mercato che le sono offerte nel Vecchio Continente […] Il protezionismo cinese è di fatto il motivo per cui la UE non ha ancora riconosciuto alla Cina lo status di economia di mercato.» La mancanza di reciprocità è praticata da chi intende instaurare meccanismi imperiali a livello culturale ed economico.

Con la BRI la Cina intende spostare il baricentro commerciale e culturale da Occidente ad Oriente. Come scrive Federico Rampini (La seconda guerra fredda), «a differenza degli Stati Uniti nell’Ottocento, la Repubblica popolare vive la propria ascesa come un ritorno all’ordine naturale delle cose. Tremila anni di storia le danno un evidente complesso di superiorità. La supremazia dell’uomo bianco sul pianeta è una breve parentesi recente, che si sta chiudendo.» La BRI è dunque un ottimo cavallo di Troia nella prospettiva cinese. Continua Rampini: «la guerra fredda USA-URSS fu un conflitto tra “popoli bianchi indoeuropei” e all’interno di due sistemi ideologici nati in Occidente: il liberalismo e il Marxismo […] Dagli Han confuciani ci separano anche diversità etnico-culturali. Non è la prima volta che una civiltà asiatico-confuciana è in grado di battere una potenza occidentale: lo shock originario avvenne nel 1905, quando il Giappone sconfisse la Russia zarista, impero “bianco”, un evento che sconcertò l’Occidente intero.» Il disegno di Pechino non può che partire da radici culturali: lo sradicamento di quelle altrui, per affermare le proprie.

Secondo Danilo Taino (Scacco all’Europa), «dalla fine della Guerra Fredda […] i leader europei sembravano avere via via sempre più credito che davvero la storia fosse finita, che i confini tra stati fossero fatti del passato e che l’Europa potesse atteggiarsi a grande Svizzera, concentrata sugli affari e tendenzialmente neutrale, […] disinteressata alle evoluzioni degli equilibri mondiali.» In pochi hanno visto il progetto egemonico-culturale cinese: oggi l’Occidente tutto paga la sua hybris, la sua arroganza, la sua miopia con un declino non solo economico, ma anche culturale. All’interno – con l’aumento delle diseguaglianze dei cittadini e i segni indelebili della crisi finanziaria – e all’esterno – dilapidazione dell’egemonia commerciale e geopolitica–; nel breve termine – la valanga populista e gli indipendentismi ideologizzati – e nel lungo termine – possibile colonizzazione cinese e meta di profughi, rifugiati e migranti–. Il tutto a vantaggio di Pechino e del suo egemonico export culturale.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

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