Austerità buona e cattiva: il caso greco per non dimenticare

«La Grecia è rimasta sola», «Bruxelles è cattiva», «Basta con l’austerità», sono le frasi che si sono sentite negli ultimi anni in relazione al dibattito sulla crisi dell’Euro. Cos’è l’austerità? «Austerità significa rigore, efficienza, serietà, […] giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto […] finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi si manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata.» Questa frase venne pronunciata da Enrico Berlinguer nel 1977: ed è un peccato che anche il PCI del pre e post-patto consociativo a quei guasti abbia concorso alla grande. Il guru di Botteghe Oscure aveva ragione quando identificava nell’assenza di austerità uno dei problemi economico-sociali dell’Italia. Vista la mancanza di rigore e sobrietà nell’uso improduttivo, parassitario e clientelare della spesa pubblica oggi è quantomai chiaro che i conti arriveranno e graveranno sulle generazioni future.

In molti hanno parlato – a sproposito – di austerità e ne hanno fatto una pericolosa matrigna. Veronica De Romanis, che da anni coraggiosamente ed “impopulisticamente” tenta di elevare il dibattito verso un cauto rigore nei conti pubblici e tagli alla spesa improduttiva in Italia, ha spiegato che l’austerità può essere buona o cattiva. Quella buona «prevede meno tasse e una ricomposizione della spesa verso investimenti e infrastrutture, ed è sostenuta da un piano di riforme strutturali» (Il Foglio, 12 gennaio 2019); quella cattiva invece prevede aumenti di tasse e penalizza la popolazione economicamente più svantaggiata. Nel suo libro L’austerità fa crescere, l’economista spiega che per austerità s’intendono i tagli di spesa (scomodi per chi vuole vivere in perpetuità sotto il cappello dello Stato) o gli incrementi di imposte necessari a riportare i conti in equilibrio dopo un periodo di finanze pubbliche fuori controllo.

L’austerità toglie il potere alla politica per ridarlo ai cittadini, spiega De Romanis, ma tra quella buona e quella cattiva è la seconda che negli anni sembra aver prevalso in molti stati europei. L’austerità cattiva è recessiva e aumenta il gettito fiscale, senza ridurre o quasi la spesa corrente. Per la classe politica è più facile tassare i cittadini che tagliare le giungle selvatiche della burocrazia vessatoria; molti pacchetti di voti stanno nella PA. De Romanis riconosce che diminuire la spesa vuol dire esporsi a lunghe e sfibranti negoziazioni con gli stakeholders e quindi una perdita di consenso politico. L’austerità cattiva tende a prevalere perché è politicamente meno impegnativa rispetto ad un congruo taglio dell’uso sfrenato del danaro pubblico, che altro non fa che aumentare il debito in maniera insostenibile ed irresponsabile.

Negli anni della crisi di austerità l’Italia ne ha avuta poca e di cattiva; Portogallo e Spagna in parte ne hanno invece sperimentata di buona. Più complesso è il caso greco, dove per anni statistiche e numeri di ogni genere sono stati manipolati a (s)favor di popolo dalla classe dirigente. Come i cugini mediterranei-occidentali, la Grecia precrisi aveva (e ha ancora) un alto tasso di evasione fiscale. Negli anni di crisi, l’UE e il Fondo Monetario Internazionale decisero sì di salvare Atene, ma in cambio dell’adozione di riforme strutturali per correggere anomalie burocratiche. Dal 2002 al 2006 la Grecia aveva goduto di una crescita del 4.2 per cento annuo, ma via via emerse che il paese non aveva una struttura economica che potesse giustificare tale ricchezza. Per anni la crescita greca è stata trainata dalla spesa pubblica, il cui uso smodato prese il posto di scomode ed impopolari riforme per rendere l’economia florida nel lungo termine.

Alle porte della crisi in Grecia gli statali rappresentavano circa un milione su dieci milioni di abitanti; e chi lavorava per lo Stato guadagna una volta e mezza rispetto ai privati. Il “sistema greco” andava avanti a colpi di clientelismo e statalismo. Il personale assunto dallo Stato andava in pensione prestissimo: cinque anni fa la spesa pensionistica del governo di Atene rappresentava il diciassette per cento, ma la piaga strutturale era l’uscita dal mondo del lavoro a cinquant’anni. Negli anni prima dello scoppio della crisi, la Grecia sforava il deficit non del tre per cento (uno dei “numerini” di Maastricht), ma del tredici per cento; il debito pubblico era il doppio consentito dai parametri europei che la Grecia stessa aveva sottoscritto. Inoltre, tra il 1999 e il 2009, il rapporto debito-PIL passò dal novantotto per cento al 109.4%; apparentemente, il “sistema greco” clientelare faceva comodo a tutti: al popolo e alla classe politica.

Quando però nel 2004 emerse la cosiddetta “Greek fraud” – cioè tutti i trucchetti della burocrazia ellenica per entrare nella moneta comune europea – in pochi rimasero sorpresi. Per anni il livello d’indebitamento e di deficit del paese erano stati mal riportati: la classe dirigente al governo di Atene e diverse banche avevano falsificato statistiche e previsioni pur di godere dei benefici della moneta comune. Sebbene avesse l’Euro, la Grecia arrancava come economia e non seppe sviluppare i vantaggi legati ad una moneta forte, garantita dalla BCE (tra l’altro, tra estate e autunno 2012 l’UE decise di cancellare parte del debito greco). Quando arrivò la crisi dell’Euro quindi, Atene era l’economia più esposta, refrattaria a qualunque misura di austerità. Giustamente, non tutti in Europa erano disponibili a prestarle danaro; la stessa Ursula von der Leyen esigeva la garanzia dell’oro ellenico in cambio di prestiti internazionali.

Il PIL greco rappresenta il due per cento circa del PIL dell’area Euro: negli anni bui della crisi dell’Euro, l’economia del paese sul Mar Egeo si contrasse di oltre il venti per cento tra il 2009 il 2013. Fu proprio il sistema-paese a soffrirne: nello stesso lustro, la disoccupazione salì da un già alto 9.5 all’astronomico ventisette per cento. Oltre un lavoratore su quattro in Grecia si trovò disoccupato dalla sera alla mattina. La crisi fu ulteriormente aggravata dalla sfida migratoria che sconvolse nel 2015 l’Unione Europea. Centinaia di migliaia di persone sbarcarono sulle coste elleniche; gli accordi di “contenimento” con la Turchia non erano stati ancora siglati e Bruxelles non aveva ancora sborsato miliardi per Ankara. D’altra parte, cifre a nove zeri hanno rimpinguato le casse di Atene: negli anni la tanto vituperata BCE è intervenuta a garanzia dei titoli di Stato ellenici. In cambio però, l’UE esigeva misure di austerità: l’età del pensionamento avrebbe dovuto alzarsi, le tasse dovevano essere alzate e la spesa improduttiva tagliata. In totale l’UE ha prestato alla Grecia oltre trecento miliardi di Euro: Atene non è mai rimasta sola e neppure è stata abbandonata da Bruxelles.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

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