Sinistra occidentale: crisi identitaria e giravolte

Il crollo del Muro di Berlino – e l’automatica certificazione del fallimento dei comunismi, nonché del Comunismo – fu da una parte una grande opportunità per la sinistra occidentale, ma dall’altra la mise in profonda crisi. Ciò che emerse da questa dicotomia fu la cosiddetta Terza Via, esemplificata da figure come Tony Blair, Bill Clinton, Gerard Schröder e Lionel Jospin; tutti ex-sessantottini a parte il secondo. Erano gli anni Novanta: dopo che i movimenti neoconservatori e popolari-cristiani avevano dato l’ultima botta alle tirannie comuniste, a raccogliere i dividendi elettorali di questa vittoria furono proprio le sinistre riciclate e purgate dalla Storia. Come ha scritto Antonio Polito (Il Muro che cadde due volte), all’epoca «la sinistra avrebbe potuto smettere di battersi contro l’ineguaglianza, riconoscendo anzi che una modica quantità di diseguaglianza rendeva il sistema più efficiente e più capace di produrre ricchezze per tutti».

Vedendo le destre impresentabili del giorno d’oggi – e anche la disponibilità di diversi partiti cosiddetti moderati a mettersi opportunisticamente sotto il loro ombrello per un seggio in Parlamento – si potrebbe essere tentati dal ritenere molte sinistre odierne come responsabili, temperate, riflessive. Può darsi che oggi lo siano, ma non è stato sempre così: con la parziale eccezione di alcuni partiti socialdemocratici pressoché nell’Europa del Nord, la sinistra novecentesca del Vecchio Continente è stata filosovietica per almeno quattro decenni. «La sinistra contro il capitalismo prese il posto della sinistra contro l’Ancien Régime», scrisse Raymond Aron (L’opium des intellectuels): cambiano i nomi, resta l’odio per l’avversario politico. D’altra parte, la sinistra moderata ha sofferto parecchio a causa delle pesanti contraddizioni della sinistra comunista occidentale, anche se tuttavia anch’essa non ha mai saputo prendere le distanze dalle dittature para-sovietiche in maniera convincente, salvo poi brindare alla vittoria della libertà nel 1989.

Francis Fukuyama (Identità) ricorda che negli anni Cinquanta «la sinistra socialdemocratica si trovò in una sorta di vicolo cieco: il suo obiettivo di uno Stato assistenziale in continua crescita andò a scontrarsi con la realtà delle costrizioni fiscali durante i turbolenti anni Settanta. I governi reagirono stampando moneta, cosa che portò inflazione e crisi finanziarie; i programmi redistributivi creavano perversi incentivi che scoraggiavano il lavoro, i risparmi e l’imprenditorialità, il che a sua volta riduceva la dimensione della torta disponibile per la redistribuzione.» La politica economica della sinistra occidentale, sia quella moderata (futura Terza Via e Socialismo riformista) che quella estrema (sinistra comunista ed extraparlamentare) intendeva competere con il modello dominante dell’embedded liberalism (termine coniato da John Ruggie), che mischiava economia di mercato su modello classico e welfare system su modello keynesiano.

Nel 1968, poi, il grande salto. Abbandonate le ricette economiche del “grande economista” Karl Marx, «l’ottica della sinistra si spostò sulla cultura: quel che andava smantellato non era l’esistente ordine politico che sfruttava la classe operaia, ma l’egemonia della cultura e dei valori occidentali che opprimevano le minoranze in patria e, all’estero, nei paesi in via di sviluppo» (Fukuyama). Il Terzomondismo e lo sfruttamento dei movimenti anticoloniali furono ben sfruttati a sinistra, come riportò anche in diversi articoli Albert Camus (La rivolta libertaria): non facendo ottima presa all’interno del “proletariato” nelle realtà occidentali (parte del quale preferiva votare per chi garantiva il benessere dell’Ovest, piuttosto che per chi prometteva la miseria dell’Est), decise di orientarsi all’estero e di difendere opportunisticamente la cause nazionaliste pan-arabe; uno spostamento identitario prettamente in funzione antiamericana.

Interessante quanto avvenne in Gran Bretagna alla fine degli anni Settanta: con la vittoria di Margaret Thatcher, secondo Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 13 marzo 2019) la sinistra inglese «perse il legame con gli elettori più centristi. Il risultato fu che i conservatori non furono più seriamente sfidabili fino a quando […] la guida del Labour non passò nelle mani del “centrista” Tony Blair.» Progressivamente, ma sempre all’interno delle logiche della Guerra Fredda, in Occidente la sinistra si rese conto che era al centro che si pescavano i consensi elettorali: l’errore che può compiere chiunque sia all’opposizione è quello di radicalizzarsi nelle proprie posizioni, siano esse di destra o di sinistra, ma tuttavia una parte del mondo progressista ci ha messo decenni per capirlo: e fu così che nacque la Terza Via.

Con il trionfo – nell’ordine – del liberalismo, del capitalismo e del globalismo alla fine della Guerra Fredda, a sinistra si dovette mutare la propria identità per forza di cose: falce e martello vennero disinvoltamente abbandonati, così come in parte la parola passe-partout di “uguaglianza” a favore di quella di “libertà”. Più che mai negli anni Novanta gli esponenti della Third Way erano convinti che questi due concetti si sarebbero potuti conciliare. Come annota Luca Ricolfi (Sinistra e popolo) la nuova sinistra di fine XX secolo «poggiava sull’idea che una maggiore eguaglianza fra i cittadini potesse essere assicurata dal mercato stesso, senza pesanti interventi redistributivi, purché il mercato fosse ben regolato e a tutti fossero assicurate pari opportunità.»

Quello degli anni Novanta fu un cambiamento identitario enorme per una gran parte della sinistra occidentale: l’assistenzialismo – la versione occidental-moderata delle politiche ridistributive dei regimi comunisti dell’Est – veniva abbandonato a parole per il libero mercato. Il neoliberalismo di Blair e Clinton – o meglio, il neoliberalismo – si presentò come un’alternativa mitigata – ma nel solco – del liberismo della Signora Thatcher e Ronald Reagan. Risultato? Nel caso americano, il grosso dello smantellamento delle leggi sui controlli bancari e l’erogazione del credito facile sono avvenuti sotto l’ex governatore dell’Arkansas. D’altra parte, in America, l’entusiasmo della sinistra moderata, quella del sassofono e delle lezioni sul libero mercato («It’s the economy, stupid»), impedì al progressismo “dem” di capire le conseguenze di un’eccessiva deregulation.

Oggi, «l’indebolimento a livello mondiale della sinistra è […] sorprendente, considerando la crescita della diseguaglianza all’interno dei singoli paesi, più che tra paesi», scrive Fukuyama. Il progressismo odierno, «raccoglie soprattutto il voto dei ceti medi urbani, dei dipendenti pubblici, dei professionisti del mondo della cultura e dello spettacolo» (Ricolfi), in Europa come in America. Persa la propria identità, nonché gran parte del proprio elettorato di riferimento (quei settori sociali che oggi votano considerevolmente movimenti della destra populista), «la sinistra si è concentrata meno sulla diffusione dell’eguaglianza economica e più sulla promozione degli interessi di […] gruppi percepiti come marginalizzati: neri, immigrati, donne, ispanici, la comunità Lgbt, rifugiati e simili» (Fukuyama). Non stupisce dunque che abbia perso il monopolio dello scontento dei ceti meno abbienti, oggi non sfavorevoli ad una destra che negli anni Settanta avrebbero definito “fascista”.

Se è vero che la sinistra occidentale non è morta dopo aver perso la propria identità e il proprio elettorato – nonché costretta dalla Storia ad una serie di assennate, ma imbarazzanti U turn – come ha fatto a non morire del tutto? Secondo Ricolfi, «la mossa chiave, quella che ha mantenuto in vita […] partiti e movimenti di sinistra, altrimenti destinati a un melanconico declino, è stata l’invenzione del “politicamente corretto”», che «ha permesso alla sinistra di gestire […] i propri problemi di identità, regalandone autostima, senso di superiorità morale, la duplice certezza che la sinistra rappresenti “la parte migliore del paese”». Dagli anni Cinquanta al Sessantotto, dalla Terza via all’oggi, i movimenti di sinistra sono rimasti parzialmente a galla grazie ad una serie di giravolte contenutistiche e alla tendenza di autorappresentarsi come eticamente “migliori” rispetto agli altri concorrenti politici. L’elemento identitario elitario-aristocratico non è mai andato perduto a sinistra: per il resto, la stessa ha in parte finito per abbracciare proprio il grande nemico neoliberale. Ma citando Wolfgang Schivelbusch (La cultura dei vinti), «gli sconfitti imitano i vincitori quasi per riflesso».

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Immoderati)

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