Opulenza e parassitismo nella società signorile di massa

Che idea si potrebbe fare un marziano che arrivasse oggi in Italia? Che il problema numero uno del paese è l’immigrazione, che gli stranieri sono la maggioranza della popolazione, che “gli italiani” fanno la fame, che l’Italia è un paese povero, che milioni di individui sono privati dei diritti umani, che i giovani sono vessati. La realtà è ben diversa e, in maniera controcorrente, la sottolinea Luca Ricolfi nel suo nuovo e coraggioso libro La società signorile di massa (La Nave di Teseo, 2019). Troppi in Italia campano sulle spalle di chi produce, troppi giovani “apericenano”, tantissime famiglie hanno la casa di proprietà (e addirittura la seconda casa), i ristoranti (per riprendere una nota battuta) sono pieni (così come spa e palestre). Che società è quella italiana del ventunesimo secolo?

Intanto è una società mediamente ricca. È quantomai evidente che la narrazione che il paese fa di se stesso sia del tutto scollata dalla realtà. A dare un’immagine errata del paese, «sono perlopiù tre categorie di persone», scrive Ricolfi: «i politici, che per prendere più voti e giustificare la propria esistenza amplificano e generalizzano i problemi che toccano gli strati più svantaggiati della popolazione; gli operatori dei media […], che rivolgendosi al grande pubblico, tendono a selezionare gli aspetti della realtà che possano riscuotere maggiore audience; gli intellettuali, che più o meno accecati da un’ideologia, enfatizzano i temi che più confermano e surriscaldano quella medesima ideologia.» L’azione congiunta delle tre categorie costituisce una micidiale e spesso menzognera e autoreferente «gigantesca macchina retorica». È evidente che il cittadino diventa bersaglio e preda del meccanismo.

Secondo Ricolfi, l’Italia è diventata una «società signorile di massa», ossia «una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi dei cittadini che lavorano.» Importante sottolineare che non tutta la società italiana è società signorile di massa; solo una parte: il concetto «non riguarda la popolazione residente o presente in Italia nel suo insieme ma solo i cittadini italiani che risiedono sul territorio italiano.» La società signorile di massa si identifica all’interno dei mercati protetti, del posticino al riparo dalla concorrenza, degli sprechi, dell’enorme burocrazia e dei privilegi. Le origini di questa società parassitaria, dedita al “consumo signorile” senza addurre alcun benefit o commodity, nasce negli anni Settanta, quando l’onda assistenziale stava per abbattersi sulla penisola. Quello che scompare nella società signorile di massa è l’arte dell’aspettare, della pazienza e dell’investimento: della fatica.

Ricolfi spiega in Italia si è affermata una sorta di religione del vittimismo quando gli italiani pensano a se stessi; cosa che è del tutto ingiustificata. Come mai? Innanzitutto, perché i cittadini italiani non siano quasi mai poveri (in Italia lavora circa il sessanta per cento degli stranieri e solo il 43.4 per cento dei cittadini italiani). Sono in troppi, d’altra parte, a consumare senza lavorare; sono troppo pochi coloro che devono sostenere questa categoria (nonché i propri consumi personali). «Nella popolazione nativa il surplus, ossia il consumo che eccede i bisogni essenziali, supera il triplo del livello di sussistenza. Ovvero: il consumo medio supera il quadruplo del livello di sussistenza.» Cosa impensabile fino a poco tempo fa, ma impensabile ancora oggi per chi non vuole esporsi all’evidenza dell’enorme ricchezza dei cittadini italiani («oggi, rispetto ai primi anni Cinquanta, il potere di acquisto medio è quasi quadruplicato: la famiglia media ha un reddito annuo di 46.000 Euro, e per di più è meno numerosa.»).

Assieme alla creazione della ricchezza italiana da parte di «chi ha fatto la guerra», Ricolfi aggiunge anche la creazione di un’«infrastruttura paraschiavistica» («l’occupazione massiccia di posizioni sociali infime, non di rado genuinamente servili, da parte di un nuovo gruppo sociale», cioè stranieri dall’Est europeo e dall’Africa), nonché la distruzione della scuola, anche tramite l’abbassamento degli standard dell’istruzione. «Senza questi tre pilastri non saremmo mai divenuti una società signorile di massa», spiega Ricolfi. «Di massa» perché in effetti la percentuale delle famiglie povere in Italia è del sette per cento (dati ISTAT), di cui il 5.3 per cento corrisponde alle famiglie italiane. Dunque, in Italia una famiglia italiana su venti sarebbe povera, anche se questo non vuol dire che anche gli stati più indigenti non possano permettersi i lussi della società signorile, caratterizzati non dalla funzionalità, quando dal loro essere «aspirazionali». Cosa che, in un circolo vizioso, induce all’espansione semi-illimitata del consumo autoreferenziale.

I risultati diretti della società signorile di massa sono deleteri per un paese: il numero dei NEET è oltre il trenta per cento dei giovani compresi tra venticinque e ventinove anni; la diffusione del numero dei cellulari è a livello di Hong Kong e della Corea del Sud; uno su tre ha provato droga una volta nella vita (otto milioni i consumatori abituali di droga di cui due di droghe pesanti). In generale «la quota di consumi destinata a beni non necessari è enormemente aumentata. Quanto al tempo di lavoro, almeno in Italia, è più che dimezzato rispetto alla fine degli anni Venti del secolo scorso» (cosa, se non altro, collegata all’aumento della produttività del lavoro). La cartina tornasole è il fatto che ogni cittadino italiano ha in media 7.4 piattaforme di svago e divertimento online, nonché a propria disposizione sei ore di Internet, di cui due passate sui social, ogni giorno.

Un elemento critico della società signorile di massa che colpisce molto è senza dubbio il gioco d’azzardo. Ricolfi spiega come il gioco sia stato in passato un privilegio dei signori: secondo il report Digital 2019 però sono sedici su cento gli utenti online che si dedicano alle partitelle e alle scommesse in denaro. Il gioco d’azzardo, molto diffuso in Italia, non può che essere una delle facce più degradanti dell’opulenza della società signorile. «Il gioco d’azzardo, nelle sue due forme, legale e illegale […], non solo non è diminuito, ma negli ultimi quindici anni è letteralmente esploso.» Ad accendere la miccia del gioco, secondo Ricolfi, ci sarebbero programmi tv come “Chi vuol essere milionario?” (Canale 5, 2000) e “L’eredità” (RAI, 2002), veri e propri meccanismi che avrebbero indotto «persone comuni, spesso clamorosamente ignoranti» a tentare di «fare un passo avanti nella scala sociale.»

Il gioco d’azzardo è un esempio molto significativo nella società signorile di massa perché si miscela anche con la crisi economica: paradossalmente, peggio si sta finanziariamente, più si gioca. Ricolfi annota che nel 2018 gli italiani hanno speso 107.3 miliardi di Euro in gioco d’azzardo, altro che i miliardini delle manovre di bilancio. «Se smettessero di giocare, i cittadini italiani potrebbero finanziare interamente la sanità pubblica (la voce più importante dello stato sociale, dopo la spesa pensionistica) e pagare 107 miliardi di tasse in meno, perché lo Stato non ne avrebbe più bisogno per sostenere la spesa sanitaria». I sedici milioni di giocatori in Italia spendono in media 550 Euro al mese in giochi d’azzardo, per un totale di poco meno di settemila Euro (metà stipendio annuale di un operaio o un pensionato).

Ne deriva che quel che negli ultimi decenni è cambiato è il nesso tra consumo e reddito disponibile: aumentato il secondo, è cresciuto anche il primo. «Una famiglia o un individuo che intendano aumentare sensibilmente il consumo non pensano più, come in passato, che l’unica strada sia lavorare di più meglio, in modo da aumentare il proprio reddito, ma prendono in considerazione altre opzioni. La prima è ridurre il risparmio […] La seconda è ricorrere alla ricchezza accumulata […] La terza è indebitarsi […] La quarta è buttarsi a capofitto nel mondo degli sconti, delle promozioni, e soprattutto degli outlet […] La quinta è cercare di evadere le tasse».

La società italiana è cambiata molto negli ultimi anni (nonostante la pluridecennale pseudo-stagnazione economica); la parola “imborghesimento” non compare nell’analisi di Ricolfi (sebbene la borghesia sia stata spazzata via dal tempo e dalla crisi economica). I ceti medi si sono infragiliti, ma gli italiani, in media, sono stata capaci di mantenere il loro status tipico della società signorile anche nelle asperità degli ultimi decenni. La società signorile di massa “è” lamentarsi e autoflagellarsi per conservare i propri privilegi (ereditati da altri o concessi dallo Stato); è lo specchio perfetto del paese del Gattopardo.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

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