Venezuela senza pace (e libertà)

In sovrappeso in un paese ridotto alla fame, Nicolás Maduro dirige dal 2013 in maniera profondamente autoritaria il Venezuela ereditato da Hugo Chávez. Certo, i disastri dovuti all’applicazione del Socialismo “reale” nella realtà venezuelana – e per constatarne i fallimenti bastava aprire qualsiasi libro di Storia che avrebbe evitato meno morti e miseria – potevano essere un’occasione d’oro per invertire totalmente la rotta nella gestione del paese, ma così non è stato. Quando si intraprende la strada populista (e il Socialismo è la massima forma di populismo), è difficile, se non impossibile, tornare indietro alla “normalità” liberaldemocratica.

Isolato internazionalmente, ma con supporto diretto di altri stati autoritari o paesi semi-falliti (Russia e Cina da una parte, Cuba, Corea del Nord Iran dall’altra), negli anni alla testa del Venezuela Maduro ha tentato di ravvivare populisticamente il tropicale patriottismo della repubblica bolivariana – come se questo bastasse a risolvere i problemi della tanto celebrata “gente” –, ma così facendo ha ridotto alla fame il suo paese. Si contano nell’ordine delle sette cifre i venezuelani che hanno lasciato il paese dall’inizio del suo mandato, in un paese con un indice di democrazia di 3.16 su 10 (dati 2019). Maduro ha progressivamente distrutto l’industria petrolifera (prima industry del paese), stravolto la Costituzione, esautorato il Parlamento e riempito le carceri (insalubri) di oppositori politici, avviando progressive svendite di ogni genere a Mosca e Pechino.

I quali hanno rafforzato la loro presenza nel Mar Caraibico, nonostante l’uomo forte di Caracas gridi perennemente al golpe yankee. Il populismo socialista trova in Maduro uno dei migliori interpreti nel mondo contemporaneo: ingiustamente non dipinto pericoloso sui grandi media e nel dibattito politico occidentale come il populismo di destra, lo sciovinismo pauperista ha distrutto lo Stato venezuelano. E mentre s’ingozza di soppiatto nei fuori onda televisivi (si veda il celebre video in merito), Maduro urla al complotto ordito da Washington che sostiene l’ex numero uno del Parlamento, Juan Guaidó.

Le sanzioni internazionali non colpiscono solo Mini-Chávez, ma anche l’intera economia venezuelana (in ginocchio da anni); ma in particolare Washington ha applicato su di lui una taglia di quindici milioni di dollari per sospetti di traffico di stupefacenti via Messico negli Stati Uniti. È evidente che il satrapo sudamericano cerchi capri-espiatori per giustificare le condizioni drammatiche in cui versa il paese, ma d’altra parte, il lamento vittimista erto a politica per delegittimare l’avversario è un classico ingrediente di marxista memoria.

I militari controllano molte aziende di Stato in Venezuela: circa una su dieci; compreso il gigante del petrolio, l’ex fiore all’occhiello del paese, la PDVSA. Molti ministeri sono controllati direttamente dai membri dell’esercito, che – come a Cuba, altro brillante e glorioso successo del Socialismo – godono di un servizio sanitario impeccabile (trattamento riservato solo alle élite comuniste, mentre il popolo non ha i soldi neppure per comprarsi i cerotti). In cambio della lealtà (e della protezione) dell’esercito, Maduro ha alzato tantissimo le spese militari (dunque le tasse, tributi della plebe): sia per una questione di evidente sicurezza – il paese è spaccato a metà e in preda al caos sociale delle micro-bande della criminalità organizzata – che per ingraziarsi la cintura degli oligarchi in divisa. Mesi fa Guaidó aveva offerto una sorta di amnistia ai militari compromessi col regime mudiriano, ma nulla da fare: fino a che questi sosterranno l’uomo forte di Caracas è inverosimile che egli possa essere scalzato.

Il paradosso di questo clima sociale desolato ed emergenziale è che fino alla fine degli anni Settanta il Venezuela era un paese relativamente ricco. Durante la crisi argentina, nel 2002 l’economia di Buenos Aires si contrasse del venti per cento rispetto all’anno prima e fu proprio il Venezuela a prestarle soldi per restare in piedi; ad un tasso d’interesse molto alto (che generò ovviamente un surplus, elemento criticato dal Marxismo). Antico ricordo, prima di immergersi nella crisi più nera: nel 2011 il PIL venezuelano era pari a 334 miliardi di dollari; nel 2019 si è ridotto ad ottantasette.

Un’industria che ha particolarmente sofferto a causa della crisi venezuelana è quella dell’acciaio: quando Chávez decise di nazionalizzare la Sidor, la più importante azienda siderurgica del paese, nel 2008 il Venezuela produceva 479mila tonnellate al mese di acciaio; quattro anni dopo l’entrata dello Stato nell’impresa, la produzione era calata a duecentomila tonnellate. Nel fiore degli anni maduriani, nel 2016, si viaggiava attorno alle centomila tonnellate al mese; ridotte a diecimila nel 2018, dunque mille l’anno scorso. Difficile trovare altri esempi di tale sperpero di ricchezza.

Arriviamo così dunque al “popolo”, parola passe-par tout trasmessa di dittatore in dittatore: quasi il novanta per cento della popolazione venezuelana vive oggi in povertà, in un paese che tra il 2014 e il 2018 ha registrato un calo del quaranta per cento del PIL (ISPI). Il Venezuela è un paese giovane: il cinquanta per cento dei venezuelani ha meno di ventinove anni, ma molti di loro hanno lasciato il paese come rifugiati e si sono riversati nei paesi limitrofi. Secondo l’Economist (settembre 2019) il paese che ospita più migranti in fuga dal Venezuela è stata la Colombia: oltre 1.4 milioni di persone. Ecuador 330, Cile 288, Brasile 179, Argentina 145, Caraibi 111, Panama 94, Messico 46, Costa Rica 29, Uruguay 8. D’altra parte, secondo il rapporto ONU 2019, 3.2 milioni (su sette) di individui che vivono sotto la soglia di povertà sono bambini, mentre il trentadue per cento della popolazione complessiva è denutrita.

Per far fronte alla carenza di liquidità da distribuire pauperisticamente alla gente continuando una sciocca politica economica del deficit e lo sfascio dello Stato, negli ultimi anni il Venezuela di Maduro ha venduto molti lingotti d’oro per cercare di lenire gli effetti devastanti dei dazi e delle pressioni internazionali. Ma l’accesso al credito internazionale è in gran parte precluso (gli stessi asset negli Stati Uniti del kompagno ultramilionario Maduro sono congelati). E pensare che fino a poco tempo fa, quei lingotti erano considerati dal leaderl’oro del pueblo”; svenduto, a poco prezzo, per tentare di tappare i buchi di una diga già crollata.

Infine, il petrolio. L’industria petrolifera venezuelana è al collasso: che paradosso, visto che aveva significativamente contribuito alla crescita del paese. Secondo l’OPEC (2019), la produzione di petrolio in Venezuela era di 3.5 milioni di barili al giorno nel 1997, 3.1 nel 1999, 2.3 nel 2016, settecentomila nel 2019. Non stupisce che nel Venezuela allo sfascio, il petrolio costituisca ancora il novanta per cento dell’export, sebbene Caracas sia stata obbligata ad importare la sua più abbondante – ma grezza – commodity dall’Iran per via delle difficoltà nell’estrazione domestica

Nicolás Maduro, ex autista della metropolitana di Caracas e poi leader sindacale non solo governa con il pugno di ferro una nazione al collasso, ma ignora pure le basi dell’economia (d’altra parte il suo curriculum parla chiaro): Maduro ha sciaguratamente aumentato gli stipendi minimi diverse volte, ignorando i meccanismi dell’inflazione, che ha polverizzato il potere d’acquisto e il risparmio delle famiglie. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (2019) l’inflazione che nel 2013 era al 40.6 per cento, è arrivata al 62.2 nel 2014, 121.7 nel 2015, 254.9 nel 2016, 438.1 nel 2017, 63’370 nel 2018, duecentomila per cento nel 2019 e prevista a più del doppio entro fine 2020.

Simón Bolívar, idolo strumentalizzato e decontestualizzato dalle tirannie socialiste latine negli ultimi quarant’anni, liberò il Venezuela dalla Spagna nel 1821 e diede vita al frammentato mondo delle repubbliche sudamericane. Venezuelano, sognava di riunire tutte le ex colonie dell’America Latina su modello federale statunitense e liberarle dal controllo estero. Oggi invece servirebbe qualcuno che alla stessa maniera liberasse il popolo venezuelano dalla morsa di Maduro.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

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